VENEZUELA E IRAN, TREMA L’IMPERO DEL PETRODOLLARO

Nicolás Maduro? «Un dittatore che ha affamato il suo popolo». Così la propaganda seppellisce i fatti: il leader del Venezuela, regolarmente insediato con elezioni democratiche, è stato al governo tramite una Costituzione molto simile a quella italiana. Ha lottato invano contro lo strangolamento economico decretato dagli Usa, che hanno ridotto alla fame il paese caraibico “colpevole” di essere politicamente autonomo.
Infine, con un atto di pirateria internazionale, il 3 gennaio 2026 gli Stati Uniti hanno aggredito il Venezuela e catturato il suo legittimo presidente, deportandolo a New York. L’accusa: sarebbe stato il boss del Cártel de los Soles. Un network del narcotraffico che, ora si apprende, in realtà non è mai esistito: il Cartello dei Soli era un’invenzione dell’intelligence statunitense.
Tanto è bastato, però, per tentare di giustificare un atto di banditismo come quello: il rapimento di un capo di Stato, senza neppure che i due paesi fossero formalmente in guerra tra loro. Unico precedente, ma in piccolo: la deportazione nel 1989 del panamense Manuel Noriega, già uomo Cia.
«Un giorno potrà accadere anche questo: per togliermi di mezzo mi accuseranno di essere un narcotrafficante e tenteranno di sequestrarmi come fecero con Noriega», disse il rivoluzionario Hugo Chávez, fondatore del Venezuela odierno. Si sbagliava di poco: quella sorte è toccata al suo successore, illegalmente detenuto negli Usa e trattato come un ostaggio, per ottenere l’obbedienza del governo “chavista”.
Vero obiettivo di Trump e compari: mettere le mani sul greggio, di cui Caracas detiene la maggior riserva mondiale (303 miliardi di barili, contro i 298 dell’Arabia Saudita).
Il grande problema del Venezuela? Aver accettato yuan cinesi, anziché dollari, in cambio del proprio petrolio. In Iraq, Saddam Hussein fu attaccato e ucciso dopo aver annunciato che, per il suo greggio, avrebbe accettato pagamenti in euro. Dopo di lui fu la volta di Gheddafi, che voleva creare una moneta panafricana sostenuta dall’oro libico. Adesso è toccato a Maduro. E domani, probabilmente, sarà il turno dell’Iran, altro grande fornitore petrolifero della Cina.
La feroce repressione ordinata dagli ayatollah ha conquistato subito le prime pagine, a differenza del mostruoso massacro di Gaza: la parola “orrore”, per condannare Teheran, è stata immediatamente usata dalle redazioni di tutto il mondo.
Le manifestazioni barbaramente soffocate nel sangue? Erano partite come protesta contro il carovita, coordinata da agenti della Cia e del Mossad. I provocatori hanno avuto gioco facile: come il Venezuela (e Cuba), anche l’Iran soffre una crisi economica spaventosa, provocata dalle sanzioni occidentali. Obiettivo del pressing di Trump: destabilizzare il paese e puntare sul “regime change” per colpire la Cina.
Non si scappa: chi accetta transazioni internazionali in valute diverse dal dollaro, va incontro a grossi guai. Viene assediato e bombardato, detronizzato, magari ucciso o addirittura rapito.
Una legge ferrea, a cui obbedisce qualsiasi amministrazione statunitense. Questa, guidata da Trump, ha precipitosamente indossato l’elmetto allo scattare dell’allarme rosso che si era acceso a novembre, quando a Hong Kong la Cina aveva emesso obbligazioni per 4 miliardi di dollari. In un attimo, gli ordini erano saliti fino a 118 miliardi: una sottoscrizione trenta volte superiore. Investitori da tutto il mondo facevano a gara per acquistare titoli di Stato cinesi, nonostante il fatto che quelle obbligazioni – ecco la notizia – venissero scambiate a rendimenti inferiori, rispetto ai titoli del Tesoro statunitensi.
Lo ricorda “The Minority Report”, in un post ripreso dal blog “Giubbe Rosse”. La propaganda occidentale (che parla volentieri di libertà, democrazia e diritti) vorrebbe ridurre il ragionamento a un livello infantile: pretende infatti di far credere che il potere imperiale intervenga, in veste di provvidenziale giustiziere, laddove vi siano insopportabili abusi. Noiosamente, i bene informati ribattono: seguite i soldi (tanto per cambiare) e scoprirete dove, quando e perché l’impero del dollaro si scopre di colpo umanitario, altruista e ultra-democratico.
Quand’era ministro, il futuro presidente francese Valéry Giscard d’Estaing definì «esorbitante privilegio» quello degli Usa, monopolisti esclusivi dell’unica moneta deputata a regolare gli scambi internazionali. Sin dagli accordi di Bretton Woods del 1944, e soprattutto dopo l’accordo del 1973 con l’Arabia Saudita che creò il “petrodollaro”, la divisa statunitense ha funzionato come la principale valuta di riserva mondiale.
«Questo status conferisce agli Stati Uniti un potere economico quasi sovrannaturale», scrive il blog. In effetti, «quando c’è bisogno di dollari per acquistare petrolio, saldare debiti internazionali o partecipare al commercio globale, si crea automaticamente una domanda di valuta americana».
Proprio questa domanda consente a Washington di indebitarsi a tassi di interesse più bassi rispetto a qualsiasi altra nazione. Di fatto, i propri deficit vengono finanziati stampando moneta che il mondo poi è costretto a utilizzare. Secondo il Congressional Research Service, “l’esorbitante privilegio” fa risparmiare agli Usa tra i 100 e i 250 miliardi di dollari all’anno in costi di indebitamento.
Il dominio del dollaro è diventato l’arma geopolitica più potente degli Stati Uniti: controllando il sistema del biglietto verde, si regola a proprio piacimento l’accesso all’economia globale. E se qualcuno esce dai ranghi, gli Usa possono escluderlo dallo Swift, la rete interbancaria mondiale, nonché congelargli le riserve detenute in dollari oppure imporgli pesanti sanzioni.
Solo che ormai il resto del mondo non si limita più a subire passivamente. Lo dimostra il crescente ricorso a monete come quella cinese, per le transazioni internazionali. Ecco spiegata, secondo il “Minority Report”, l’inaudita aggressività imperiale degli Usa: ieri contro il Venezuela e oggi verso l’Iran.
Punto di partenza, proprio lo shock finanziario cinese dello scorso novembre. «Gli investitori globali accettavano rendimenti inferiori sul debito cinese rispetto a quello americano, nonostante la Cina avesse un rating creditizio inferiore (A+ rispetto all’AA degli Stati Uniti)».
Un mese dopo, puntualmente, gli Stati Uniti hanno iniziato a mobilitarsi per l’intervento armato in Venezuela. Era la risposta americana al trauma di Hong Kong, ultimo indizio del «crollo al rallentatore dell’architettura che ha sostenuto il potere americano per mezzo secolo: il ruolo del dollaro come valuta di riserva dominante a livello mondiale». Quell’emissione obbligazionaria del gigante asiatico ha rappresentato qualcosa di epocale: secondo Jp Morgan e il World Gold Council, Pechino ha voluto dimostrare al mondo che «un’alternativa al sistema del dollaro non solo è possibile, ma è già presente e funzionante».
La Cina ha raccolto dollari vendendo obbligazioni e li ha usati per finanziare la sua “Belt and Road Initiative” nei paesi in via di sviluppo. Ed ecco il colpo di scena: i rimborsi li struttura in renminbi, non più in dollari.
«È judo finanziario: usare la forza dell’avversario», si legge su “Giubbe Rosse”. Dal 2023, l’Argentina sta rimborsando parte dei suoi debiti con il Fondo Monetario Internazionale utilizzando yuan cinesi, ottenuti proprio attraverso accordi di conversione valutaria con Pechino. I numeri raccontano una storia cruda: secondo il Fmi, la quota del dollaro nelle riserve globali è scesa dal 65,3% del 2016 al 59,3% del terzo trimestre del 2024. Si tratta del calo più sostenuto dall’inizio della raccolta dati, che risale al 1995.
Per contestualizzare: «Il declino della sterlina britannica dalla posizione dominante è durato circa quarant’anni, dal 1913 agli anni ’50». Ora, il carattere digitale della finanza mondializzata garantisce tempi più rapidi. Nel frattempo, l’alternativa allo Swift (il Cips, sistema cinese di pagamento interbancario transfrontaliero) ha elaborato una media di 9,6 trilioni di yuan al giorno già nel 2024, con una crescita del 65% su base annua.
Il Cips oggi collega oltre 1.700 istituti finanziari in 180 paesi. «Non si tratta di un’infrastruttura periferica; è un sistema nervoso finanziario parallelo, in costruzione in tempo reale, che acquisisce capacità con il passare del tempo».
Il che ci porta, inesorabilmente, al Venezuela: sulla carta, ancora oggi Caracas «rappresenta una minaccia esistenziale per il sistema del petrodollaro e, per estensione, per la stessa potenza globale americana». Il paese di Maduro possiede le più grandi riserve petrolifere accertate al mondo. E dal 2018 ha venduto il 100% delle sue esportazioni di greggio alla Cina, per giunta con transazioni regolate in yuan, non più in dollari. «Inoltre, il Venezuela è diventato una nazione partner ufficiale dei Brics+ nel 2024, ottenendo l’accesso ai sistemi di pagamento alternativi e ai finanziamenti per lo sviluppo».
Ecco cosa rende questa situazione particolarmente pericolosa dal punto di vista di Washington: il Venezuela – si legge sempre su “Giubbe Rosse” – non solo sopravvive al di fuori del sistema del dollaro, ma funziona. Nonostante sanzioni senza precedenti, il paese «ha mantenuto la produzione di petrolio, garantito finanziamenti e conservato relazioni commerciali». È diventato un manifesto vivente del fatto che «il sistema del dollaro è facoltativo, non obbligatorio».
I precedenti storici sono inequivocabili: prima l’Iraq, poi la Libia. Ora è di scena l’Iran, che vende petrolio in valute diverse dal dollaro fin dal 2012 e, da allora, non ha più avuto pace.
Il messaggio non potrebbe essere più chiaro: abbandonare il petrodollaro comporta gravi conseguenze. L’intervento Usa in Venezuela? Motivato dalla mossa cinese sui titoli di Stato, destinata a declassare il dollaro. «È il sistema immunitario dell’impero che risponde a un agente patogeno che riconosce come letale».
La paura di Washington però non si limita al Venezuela, visto il rischio dell’effetto-domino. Il Brasile, la più grande economia del Sud America, è co-fondatore dei Brics e gestisce usando valute locali il 25-30% del suo commercio con la Cina. La stessa Argentina, nonostante i recenti cambiamenti politici (l’imbarazzante Milei, ultra-trumpiano), continua a ripagare i debiti del Fmi in moneta cinese; inoltre mantiene consistenti accordi di “swap valutario” con Pechino.
Secondo un sondaggio della Banca di Cina del 2025, il 77% delle imprese dell’Asean, il blocco economico del Sud-Est Asiatico, ora preferisce finanziamenti in renminbi, per gli scambi commerciali con Pechino. Se ora il Venezuela riuscisse a non farsi completamente schiacciare da Trump, potrebbe fare proseliti: «Colombia, Ecuador, Bolivia e altre nazioni latinoamericane ricche di risorse avrebbero un modello di indipendenza economica da Washington».
Secondo vari osservatori, siamo al punto di svolta: la transizione da un mondo unipolare, dominato dal dollaro, a un sistema multipolare e multivalutario. «La coalizione Brics+ rappresenta ora il 45% della popolazione mondiale, il 35% del Pil globale (misurato a parità di potere d’acquisto) e il 30% della produzione petrolifera mondiale».
Inoltre stanno nascendo istituzioni parallele, che rivaleggiano con quelle dominate dall’Occidente: «La New Development Bank, con sede a Shanghai, ha emesso prestiti per oltre 32 miliardi di dollari, con una quota crescente denominata in valute locali anziché in dollari». E la Asian Infrastructure Investment Bank ora farà di Hong Kong l’hub offshore per lo yuan. Alle nazioni in via di sviluppo, queste istituzioni finanziarie offrono gli stessi vantaggi garantiti dal Fmi e dalla Banca Mondiale, ma senza condizionalità politiche e con opzioni valutarie che riducono la dipendenza dal dollaro.
Quanto alle banche centrali dei mercati emergenti, hanno accumulato oro a un ritmo mai visto dagli anni ’60, con acquisti che hanno raggiunto le 634 tonnellate solo nei primi nove mesi del 2025. E se le banche centrali diversificano le loro riserve, acquistando meno dollari per investire in oro a questa velocità, significa che si stanno preparando a un mondo in cui la valuta della Federal Reserve sarà solo una delle tante opzioni, non più l’unica.
Sempre secondo “The Minority Report”, l’emissione obbligazionaria cinese e l’escalation in Venezuela (ora anche in Iran) sono facce della stessa medaglia: ormai le alternative economiche all’egemonia del dollaro si rivelano valide e attraenti, e gli Usa – per tentare di mantenere il loro dominio – devono rassegnarsi a ricorrere alla minaccia armata. Potranno mai accettare un mondo monetario multipolare, in cui non sarebbero più dominanti? Viceversa, trascineranno in guerra il mondo intero nel tentativo di conservare il loro “esorbitante privilegio” unipolare?
«La storia insegna che le potenze egemoniche raramente cedono il dominio con garbo. L’Impero Britannico combatté due guerre mondiali anche per preservare il ruolo globale della sterlina. La transizione era inevitabile, ma non fu né fluida né pacifica».
La transizione odierna «porta con sé i suoi pericoli, amplificati dalle armi nucleari, dalle catene di approvvigionamento globali interconnesse e dalla velocità con cui il contagio finanziario può diffondersi nei mercati digitali».
Resta fondamentale l’evento finanziario dello scorso novembre: «Il bond cinese da 4 miliardi di dollari, sottoscritto in eccesso di un fattore 30, ha annunciato al mondo che la porta d’uscita dal sistema del dollaro non è solo aperta, ma spalancata, e che il panorama esterno appare sempre più attraente».
Il Venezuela l’ha varcata, quella porta. «La domanda ora è se gli Stati Uniti cercheranno di riportarlo indietro con la forza, e quanto costerà questa scelta in un ordine mondiale già frammentato».
Sempre secondo “The Minority Report”, l’impero non sta tramontando con un botto: sta declinando «con un prospetto obbligazionario e un tasso di sottoscrizione eccessivo che ci dice come tira il vento».
Il Venezuela è solo la prima mossa di un gioco molto più grande? L’emisfero occidentale, per quasi cent’anni considerato dominio incontrastato degli Stati Uniti, potrebbe davvero virare verso l’architettura economica dei Brics? «Dal punto di vista geopolitico, questo sarebbe catastrofico per l’influenza statunitense». Sul piano economico, inoltre, «accelererebbe il disfacimento del sistema del petrodollaro che ha finanziato il potere americano per cinquant’anni».
Quando Kissinger concluse l’accordo del 1973 con l’Arabia Saudita per stabilire il prezzo del petrolio esclusivamente in dollari, «capì che stava gettando le basi per un’egemonia americana che trascendeva la potenza militare». Ora però quelle fondamenta stanno franando: ecco perché Trump minaccia mezzo mondo, a cominciare da Venezuela e Iran.

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