ADDIO MONTAGNA: MELONI TAGLIA I FONDI-SALVAVITA, COLPITI OLTRE 1300 COMUNI

Dal manuale neo-machiavellico del terzo millennio: teoria e pratica del tradimento. A chi affidare il colpo proibito, sotto la cintura? Ovvio: a qualcuno dal quale non te lo aspetteresti mai.
Per citare Paolo Barnard, che denunciò la nascita dell’Eurozona in chiave criminologica: chi, se non la sinistra sindacale, poteva ingannare e colpire la working class italiana, e poi anche la classe media?
Parola chiave: fiducia. Come fai a non fidarti dei tradizionali amici del popolo? Se certe “controriforme” le avessero affidate a Berlusconi, buonanotte: avremmo visto le barricate, nelle piazze. Invece: l’Iri venne smantellata da Prodi, il resto da Draghi e D’Alema. A finire il lavoro provvidero Monti e la Fornero. Lo stesso Bersani firmò l’inserimento del pareggio di bilancio in Costituzione: il suicidio dello Stato sociale.
Venendo a noi: qual è oggi, il partito tradizionalmente considerato più vicino alle aree rurali del paese? La Lega, senz’altro. E se si tratta di demolire quel poco di welfare che restava, a supporto delle zone più marginali, a quale boia affidare la mannaia? Chi meglio del picconatore Roberto Calderoli, considerato affidabile in quanto già rude leghista della prima ora?
E così oggi è stato proprio lui, nei panni di ministro degli affari regionali, a staccare la spina dei fondi-salvavita a oltre 1.300 paesini italiani, sperduti tra colline e catene montuose.
La motivazione del taglio epocale? Smascherare i furbetti della montagna, che in realtà proprio in montagna non vivrebbero, almeno secondo il ministro. Questione di altimetria, a quanto pare: vita e morte (amministrativa) corrono sul filo dei seicento metri sul livello del mare, oltre che sulla pendenza media del territorio comunale.
Cessano di essere considerati premianti gli altri parametri, introdotti nel 1994 proprio per tutelare le aree periferiche situate sui rilievi: la superficie territoriale montana, l’accessibilità e l’isolamento del Comune, le sue condizioni socio-economiche e la sua tradizione storica e geografica.
Secondo i consiglieri regionali del Pd, il solo Piemonte arriverà a perdere finanziamenti annuali per un valore di 10 milioni di euro: i fondi saranno quasi dimezzati, visto che i Comuni alpini piemontesi per l’anno in corso hanno incassato 23 milioni di euro. D’ora in poi, molti saranno esclusi dal Fosmit, il Fondo per lo sviluppo delle montagne italiane.
Con il decreto di classificazione dei Comuni montani, infatti, il governo Meloni attua la “Nuova legge sulla montagna” approvata a settembre. La ridefinizione della mappa delle località situate in quota porta a etichettare come “montani” solo 2.844 paesi (il 36% delle municipalità della Penisola, che si sviluppano sul 40% della superficie nazionale e sono abitate da 7,8 milioni di persone, il 13,2% della popolazione italiana). Risultato: una netta riduzione, rispetto alla classificazione precedente, che considerava “montani” 4.201 Comuni.
Quelli destinati alla montagna sono denari fondamentali, visto che aiutano a tenere in vita aree già in crisi perché isolate, colpite da denatalità e spopolamento.
Una situazione aggravatasi con il recentissimo ridisegno delle cosiddette “aree interne”, operato sempre dal governo Meloni. Di fatto il provvedimento condanna intere comunità montane: geograficamente isolate e già in forte declino sul piano demografico, cesseranno di essere supportate in termini di servizi essenziali. Niente più trasporti pubblici, scuole superiori e piccoli ospedali, laddove la tendenza degli ultimi anni abbia rivelato un calo inesorabile della presenza di abitanti, lavoratori e ragazzi in età scolare.
L’opposizione ha alzato giustamente il tiro, temendo che la mannaia del “nordista” Calderoli si abbattesse soprattutto sull’Appennino. Non tutti comunque sono stupiti dal clamoroso voltafaccia della Lega. Non lo sono certamente i piemontesi che vivono in valle di Susa, ormai abituati a fischiare Salvini: ricordano fin troppo bene gli anni in cui il vessillo del Carroccio sventolava accanto a quello dei NoTav, nella certezza che i “ladroni romani” non sarebbero mai riusciti a imporre il loro super-treno alla valle “ribelle”.
Onestamente, però, lo spettacolo è misero da ogni lato e da molto tempo: lo stesso Pd non ha certo mosso un dito, a Bruxelles, per rivendicare maggiore autonomia finanziaria. Anche questi ultimi dolorosissimi tagli governativi derivano infatti dalla politica di rigore imposta dall’Ue, tanto più scandalosa se i servizi vitali oggi vengono sacrificati per incrementare le spese militari, nella delirante convinzione che l’Europa debba prepararsi ad affrontare uno scontro armato con la Russia.
Riguardo alla crisi della montagna, poi, il caso italiano è francamente increscioso: «Il territorio del nostro paese è interamente distribuito su rilievi, se si escludono la Pianura Padana, la Pianura Veneta e il Campidano sardo», protesta il regista e scrittore Fredo Valla, importante “voce” intellettuale della montagna piemontese di lingua occitanica. «Dobbiamo deciderci a mobilitarci dal basso», dice, amareggiato, «se vogliamo salvare dall’abbandono le nostre vallate. Certo non possiamo pretendere vere soluzioni da questi politici, che spesso la montagna non sanno nemmeno dove sia».
Il tema è vastissimo, ma forse antico: già il grande Nuto Revelli si era speso per il “mondo dei vinti”, i poveri montanari sfrattati dalla magra vita d’alta quota ai tempi della prima industrializzazione delle pianure e delle aree urbane. Uno dei problemi storici della montagna? L’esiguità della sua popolazione, dunque del suo peso elettorale. Per contro, le montagne restano una risorsa formidabile: garantiscono acqua, cibo d’eccellenza, foreste e legnami, biodiversità, turismo, sicurezza idrogeologica.
Tanti giovani guardano proprio alla montagna come nuova frontiera di autonomia e libertà: frontiera che nessun governo pare riesca a difendere, grazie all’orrendo regime privatistico europeo sorvegliato dalla Bce.
Purtroppo, l’ultra-attendista governo Meloni non brilla: sembra non provarci nemmeno, a ritagliarsi qualche margine di sovranità finanziaria. E se la Lega oggi si distingue per il colpo basso ai danni dei montanari, per contro rivendica di aver appena impedito nuovi tagli alla spesa pensionistica.
Fratelli d’Italia, che aveva promesso di metter fine allo sconcio del denaro elargito a pioggia e spesso indebitamente con il “reddito di cittadinanza” introdotto dai grillini, anziché correggere l’erogazione dei fondi e magari cambiare le regole d’accesso ai benefici ha semplicemente eliminato quel tipo di assistenza, senza davvero sostituirla con qualcosa di effettivamente analogo.
Il governo Meloni non ha nemmeno osato ripristinare le agevolazioni per le eco-ristrutturazioni edilizie (il famoso 110%) volute da Conte e poi eliminate da Draghi. Altro meccanismo imperfetto, quello, ma comunque utile per incrementare il lavoro e la qualità architettonica dei borghi italiani, dunque il valore complessivo del sistema-paese.
Ora, con il taglio ulteriore della montagna, si tocca veramente il fondo: per quattro spiccioli, sempre a causa della coperta europea troppo corta, si rischia di mettere definitivamente nei guai i versanti alle falde delle Alpi e degli Appennini, che rappresentano il polmone verde del paese.
Addio montagna, insomma. E tutto questo proprio alla vigilia delle Olimpiadi Invernali che, tra Milano e Cortina, celebreranno l’aspetto miliardario e consumistico delle “terre alte”. Un ben triste Natale, per i montanari veri. Una beffa amarissima.

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