EPSTEIN E GLI ALTRI: QUALCUNO TIENE IN PUGNO IL PRESIDENTE TRUMP?

Guai a chi ce lo tocca, il nostro magnifico Donald. L’avevano proclamato “santo subito” già nel 2016. Poi divenne “martire” nel 2020 al momento dello scandaloso scippo elettorale: quei brogli, visibili dalla Luna, favorirono sfacciatamente Biden. Infine è stato elevato al rango di salvatore del mondo, chiaramente su mandato dell’Altissimo, dopo il drammatico attentato di Butler: il 13 luglio 2024 scampò miracolosamente al criminale proiettile che gli sfiorò il cranio, ferendolo all’orecchio destro.
Un agguato paradossalmente provvidenziale: di fronte a tanto, la selvaggia furia anti-trumpiana del mainstream “dem”, americano e non solo, fu costretta ad attenuarsi. Archiviato il senescente Biden, l’ectoplasmatica Kamala Harris (“nuddu ammiscatu cu’ nenti”, la si definirebbe in vernacolo siculo) nulla poté contro il ritorno del sovrano Donald all’agognata, meritatissima Casa Bianca.
Il problema? Chi lo detesta lo dipinge come un mostro. Chi lo ama, al contrario, lo raffigura come un essere celestiale. Né gli uni né gli altri pare riescano a metterlo a fuoco, il vero Trump: che è un uomo in carne e ossa, con tante qualità e mille debolezze. Un avventuriero spericolato, un businessman brillante e molto disinvolto. Nonché un politico atipico e sfrontato, un trascinatore, un leader carismatico. E soprattutto un grande, grandissimo attore: annuncia un’azione clamorosa per poi fare l’esatto contrario, lancia minacce e poi nei fatti perdona l’avversario, oppure colpisce senza preavviso. Serioso o ironico, sbruffone, amichevole, sarcastico, collerico. Squisitamente imprevedibile.
Verso la fine del suo primo mandato, quando la disoccupazione negli Usa era scesa al 2% (record storico: piena occupazione), a guastare la festa arrivò il laidissimo morbo di Wuhan, il golpe bianco gestito a livello mondiale dalla cricca dell’Oms. Poco dopo, The Donald venne sfrattato con camionate di voti postali stampati in serie e recapitati qua e là, col favore delle tenebre, da vere e proprie associazioni a delinquere. Voti poi addirittura contati in modo truffaldino dal sistema elettronico taroccato.
All’epoca, Gioele Magaldi (autore del bestseller “Massoni”, che svela il ruolo mondiale delle superlogge sovranazionali) aveva descritto un retroscena illuminante: visto che la Corte Suprema non avrebbe accolto il ricorso per invalidare la vittoria apparente di Biden, le eminenze grigie massoniche reclutate nel “back office” trumpiano accettarono un compromesso: avrebbero fatto parte di una cabina di regia congiunta, bilaterale, per arrivare sostanzialmente a co-gestire l’amministrazione in carica frenando certi eccessi “dem” (dall’amore per il panico pandemico alla super-bufala del terrorismo climatico).
Già questo dovrebbe aprire gli occhi sognanti di tanti trumpiani di casa nostra, ancora devoti al venerabile uomo della provvidenza: al netto delle retoriche più rissose ed esasperate, lassù ci si mette d’accordo quasi sempre. Tra parentesi: sull’attuale palcoscenico mondiale esiste forse qualcuno più sanamente pragmatico di Trump, più pronto di lui a scendere a patti con chicchessia pur di evitare il peggio?
Il ritorno di The Donald ha coinciso con una nuova pagina, nella nostra storia: il riposizionamento post-imperiale degli Usa e l’umiliazione delle peggiori élite europee. Abbiamo assistito alla liquidazione di sinistri agenti provocatori e alla fine delle decrepite narrazioni anti-russe. E persino all’insediamento di Robert Kennedy, nei panni di ultra-eretico ministro della sanità.
Poi ci sono gli inciampi, gli scivoloni. La scandalosa complicità con Netanyahu di fronte allo sterminio della popolazione civile di Gaza. E lo stillicidio di voci, illazioni, notizie e fotografie imbarazzanti che accostano Trump a Jeffrey Epstein, tuttora definito “finanziere pedofilo” (quasi fosse stato una specie di maniaco facoltoso e stravagante, ma comunque isolato).
Per i detrattori di Trump, che gongolano, non c’è niente di nuovo sotto il sole: la mattanza di Gaza e i presunti festini con Epstein non sarebbero che l’ennesima conferma della vera natura di Donald Trump. Lo reputano un rozzo e volgare suprematista bianco, maschilista e pure erotomane, oltre che ignorante, xenofobo e razzista. Un grottesco mascalzone incorreggibile e smargiasso, addirittura megalomane, con un passato professionale tutt’altro che pulito.
Tutte accuse clamorosamente sopra le righe, che tanti sostenitori trumpiani accolgono come un insopportabile affronto, per giunta di natura sacrilega e blasfema. È davvero quasi religioso, infatti, il sentimento di chi in Donald Trump vede essenzialmente l’apostolo del Signore, impegnato in una sfida mortale (e decisiva, per le sorti dell’umanità) contro l’abominevole “élite pedo-satanista” dei mangiatori di bambini, da cui deriverebbe ogni male: guerre e pestilenze, carestie, sciagure, invasioni di alieni rettiloidi e tutto il campionario biblico delle piaghe d’Egitto.
Il che, ovviamente, non aiuta a capire cosa stia davvero accadendo, ai piani alti, dove nel frattempo i principali mattatori di fede trumpiana – su tutti, Tucker Carlson – iniziano a prendere le distanze dal leader, accusandolo di essere troppo vicino a Israele.
Aveva cominciato a parlarne lo stesso Charlie Kirk, leader dei giovani Maga, assassinato lo scorso 10 settembre durante una conferenza universitaria. La versione ufficiale (il fanatico sparatore solitario) ormai traballa: si teme l’esistenza di un vero e proprio complotto e c’è chi parla di una immancabile regia del Mossad.
Kirk lo aveva detto chiaramente, che quello del 7 ottobre 2023 aveva l’aria di essere un “inside job”: troppo sospette le falle nella difesa israeliana, troppo tardivo l’intervento dell’Idf in risposta alla feroce aggressione di Hamas. Dunque, gli scagnozzi di Netanyahu temevano davvero che Kirk potesse allontanare da Israele l’America di Trump?
A volte, è come se i super-trumpiani faticassero a “unire i puntini”. Non amano ricordare che The Donald venne letteralmente salvato dai Rothschild, negli anni ’80, quando i suoi casinò di Atlantic City barcollavano sull’orlo della bancarotta. L’angelo custode inviatogli in soccorso dai banchieri più famosi del mondo, Wilbur Ross, fu poi ricompensato con la carica di ministro durante il primo mandato presidenziale di Trump. Da allora, il tycoon è dunque legato a un debito di riconoscenza con il celeberrimo casato finanziario ashkenazita, demonizzato dai complottisti di tutto il mondo?
Prima del voto, lo scorso anno, Trump rese omaggio alla tomba newyorkese del gran rabbino Menachem Mendel Schneerson, detto il Rebbe. Era il leader del potentissimo network ultra-ortodosso Chabad Lubavitch. Tanti anni prima, il grande cabalista aveva chiesto all’allora giovane Netanyahu di “affrettare i tempi messianici”. Secondo la particolarissima visione dei Lubavitcher, il “nuovo messia” potrebbe ormai essere lo stesso Stato di Israele.
Gli analisti sottolineano che Trump sarebbe obbligato alla super-alleanza con Tel Aviv (solidissima, persino di fronte al genocidio denunciato dall’Onu) anche in virtù del rilevante peso parlamentare dei cosiddetti cristiano-sionisti: deputati e senatori repubblicani a loro volta messianici, per lo più di fede protestante, convinti che “il ritorno di Gesù” possa avvenire solo quando Israele abbia ottenuto il pieno possesso dell’intera Palestina.
Poi c’è lo scandalo Epstein, che sembra non finire mai. Non fa sconti il giornalista Michael Wolff, vicinissimo al famoso faccendiere ebreo trovato morto nella sua cella newyorkese il 10 agosto 2019. «Donald Trump e Jeffrey Epstein sono stati migliori amici per più di 15 anni», dice oggi Wolff alla stampa. «Facevano quasi tutto insieme: affari, caccia alle ragazze, arrampicate sociali. Erano in gran parte la stessa persona. Uno dei due è finito nella prigione più cupa degli Stati Uniti con un lenzuolo legato al collo, l’altro alla Casa Bianca. Spiegatemi questa differenza, io non ci riesco».
Tante indiscrezioni lasciate filtrare (con l’aggiunta di fotografie eloquenti) imbarazzano i puristi del movimento Maga, imbevuti di moralismo: non tollerano che il loro eroe possa venire “infangato” da quello squallido gossip di natura sessuale, dopo che aveva raccontato (mentendo) che lui ed Epstein si conoscevano a malapena.
Il movimento Maga si sente tradito da Trump? Un’ex fedelissima come la deputata super-trumpiana Marjorie Taylor Greene si è addirittura dimessa.
Secondo Wolff, «siamo entrati nella seconda o terza fase di questo scandalo, dove l’obiettivo non è stabilire la verità, ma usarlo a scopi politici: per questo sono uscite le foto di Bill Clinton. I democratici vogliono incolpare Trump, e i repubblicani chiunque altro. Andremo avanti e indietro così, senza una soluzione attendibile e definitiva».
Vere e proprie bombe in arrivo? Ovvero, prove che leghino The Donald al nome di qualche ragazzina minorenne? Difficile: «I documenti sono gestiti dal dipartimento della giustizia di Trump, e la sua prima responsabilità è proteggerlo».
Qualcosa non torna, comunque. Proprio Trump aveva denunciato a gran voce il caso Epstein, facendone un suo cavallo di battaglia in campagna elettorale. Poi, una volta tornato alla Casa Bianca, ha cercato di farlo dimenticare.
Pam Bondi, la titolare del ministero della giustizia, avrebbe anche minimizzato certi dettagli sulla morte di Epstein: il lungo blackout delle telecamere di sorveglianza alimenta infatti il sospetto che il prigioniero sia stato ucciso per metterlo a tacere per sempre. E chi era il presidente, all’epoca? Trump, che negava di essergli mai stato amico.
Dunque Epstein disponeva di informazioni compromettenti su Trump? «Ne ho parlato a lungo, con lui», dice ancora Wolff. «Penso di essere la persona che più di chiunque altro sa cosa pensasse Jeffrey di Donald: ne aveva un’immagine depravata». Improbabile però che salti fuori qualcosa di esplosivo.
Certo, la telenovela non finirà qui. «Il vicepresidente Vance è il favorito per la candidatura alla Casa Bianca del 2028, su Epstein è allineato con Trump e i suoi avversari potrebbero usare lo scandalo per far deragliare la sua corsa». Quindi, sempre secondo Michael Wolff (che non è proprio neutrale: è in causa con Melania Trump) questa storia «resterà aperta, almeno fino alle elezioni del 2028».
Se tanti fan Maga hanno il cuore spezzato per la possibile “infedeltà” del loro eroe, per quale motivo lo scandalo (forse depotenziato e semi-censurato) resta comunque in prima pagina, tallonando Trump? La sensazione – sgradevolissima – è che il presidente possa essere classicamente ricattato.
Forse non è casuale nemmeno il rilascio delle indiscrezioni “boccaccesche” su Bill Clinton. Tutti ricordano che, tra il ’98 e il ’99, l’allora presidente fu quasi travolto dallo scandalo sessuale per i rapporti avuti nello Studio Ovale con la giovane stagista Monica Lewinsky. Messo in stato d’accusa e invitato a dimettersi, Clinton venne “graziato” in extremis, proprio quando la tenaglia dell’impeachment sembrava sul punto di stritolarlo. Poco dopo si rassegnò ad acconsentire a una pressante richiesta che gli veniva reiterata da tempo: archiviò il Glass Steagall Act, la gloriosa legge – risalente al New Deal di Roosevelt – che proteggeva il credito ordinario, mettendolo al riparo dalla finanza speculativa.
Tra parentesi: all’epoca, Donald Trump era un assiduo frequentatore e grande amico di Bill Clinton. L’uomo che oggi passa per reazionario ultra-conservatore era un gaudente miliardario newyorkese progressista di fede “liberal”, nonché un robusto finanziatore del partito democratico.
E l’altro suo grande amico, Jeffrey Epstein? «È notorio che lavorasse per il Mossad», sostiene un reporter investigativo come Franco Fracassi. «A New York viveva in un enorme alloggio da 7.000 metri quadrati, messogli a disposizione dai Rothschild», i salvatori di Trump. «Tutto quello che avveniva alle feste di Epstein, in città o nella sua isola privata ai Caraibi, era minuziosamente filmato».
Il sospetto è ovvio: documentare certe “imprese” dei potenti americani poteva servire a convincerli a esaudire tanti desideri israeliani?
Ancora più eloquente è la biografia della compagna e complice di Epstein, l’inglese Ghislaine Maxwell, accusata di traffico sessuale di minorenni. Il padre, l’editore Ian Robert Maxwell, si chiamava in realtà Ján Ludvík Hyman Binyamin Hoch. Era un ebreo di origine ucraina, scampato ai lager nazisti e divenuto un combattente antifascista: ebbe persino la Military Cross dal maresciallo Montgomery.
Nel Regno Unito si distinse come imprenditore e politico, ripetutamente eletto parlamentare laburista. Morì in modo misterioso nel 1991, annegato nell’Oceano Atlantico: sarebbe caduto accidentalmente dal suo panfilo.
Fu sepolto con tutti gli onori a Gerusalemme, sul Monte degli Ulivi. Ai funerali erano presenti il primo ministro israeliano Yitzhak Shamir, il presidente Chaim Herzog e i massimi dirigenti del Mossad.
Informazioni, queste, che potrebbero aiutare a chiarire meglio certi retroscena. Per esempio: chi lo gestisce, realmente, il dossier Epstein? Qualcuno detiene forse informazioni tali da condizionare il comportamento dell’attuale presidente degli Stati Uniti?
Tralasciando sia i tifosi di Trump che i suoi detrattori, tutti molto concentrati solo sull’aspetto pruriginoso dell’opacissimo affaire Epstein, c’è da domandarsi se sia davvero possibile che il vertice della superpotenza atlantica possa essere così facilmente pilotabile.
Certo, sono soltanto i bambini a credere che il presidente degli Stati Uniti sia “l’uomo più potente del mondo”, abilitato a decidere in totale autonomia. E solo un ingenuo può pensare che alla Casa Bianca (così come al Cremlino, a Bruxelles, all’Eliseo) possa avere libero accesso un individuo senza ombre, nel suo passato: il potente non ricattabile appartiene a una specie rarissima, nella storia dell’umanità. E in genere, la mosca bianca è destinata a non arrivare alla pensione. Semmai c’è da domandarsi fino a che punto si possa spingere, il potere degli eventuali ricattatori.
I “padroni del discorso” ci hanno abituato a una narrazione bipolare, buoni contro cattivi. Una volta al potere, anche i “buoni” si sono adeguati: a loro volta criminalizzano i “cattivi”, sollevando cortine fumogene. Così, nell’aria aleggia il sapore sgradevole della recita.
Niente è come sembra, nessuno è quel che dice di essere. Siamo assediati dalle news, ma le informazioni essenziali restano a disposizione di pochissimi. Quali accordi, verso quali nuovi equilibri mondiali? Che cosa è già stato deciso, a nostra insaputa?
E perché poi insistere tanto nel santificare o criminalizzare Donald Trump? Finora si è rivelato un presidente molto migliore di altri. Qualcuno lo condiziona? Nel caso, allora: significa che anche gli eventuali manovratori occulti seguono un’agenda meno peggiore delle precedenti? Magari un piano di cui non sappiamo ancora nulla di preciso?
In tempi tanto convulsi, probabilmente conviene sforzarsi di leggere in chiaroscuro, non fidandosi delle apparenze. È troppo poco? Forse. Ma è sempre meglio di niente.

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