IL BANCHETTO DEL DIAVOLO: HAMAS, IL NEMICO PERFETTO FABBRICATO IN CASA, PER NOI

Eugenio Montale li chiamava “iddii pestilenziali”, pensando anche all’insegnamento del siriaco Nestorio, l’arcivescovo eretico di Costantinopoli che sdoganò l’acuminato pensiero dualistico proveniente dalla Persia, grande matrice imperiale e multinazionale a cavallo tra mondi.
Si sa cosa poi raccontarono, gli eredi di Zoroastro (gnostici e cristiani alessandrini, manichei, pauliciani, bogomili, catari) del falso dio dell’Antico Testamento, l’arconte “pestilenziale” infine elevato a divinità unica, addirittura, dai monoteismi bellici.
Gli scettici potrebbero utilmente sfogliare il Libro dei Salmi, dove si ringrazia il tirannico signore degli eserciti: lo si glorifica per aver aiutato il suo popolo a “fracassare contro le rocce”, testualmente, il cranio di tanti bambini, colpevoli di essere “figli dei nemici”.
È come se fosse sempre imbandita, la tavola del demonio: gli invitati fanno la fila, là fuori, dove ogni giorno il copione inventa nuovi pretesti per indignarsi e dunque spargere a piene mani il seme maledetto, quello dell’odio tra consimili.
In Italia, l’ultimissima rissa polemica riguarda il caso dell’architetto palestinese accusato di aver raccolto cospicui finanziamenti destinati ad Hamas. C’è addirittura chi polemizza con i magistrati perché, nel motivare la loro azione, si sono permessi di ricordare che la sanzione contro il palestinese (arrestato) nulla toglie alla barbarie israeliana andata in scena a Gaza. Lungi dal manifestare il loro disagio umano, civile e intellettuale, i giuristi avrebbero quindi dovuto limitarsi alla silenziosa applicazione della legge, benché in un contesto come quello che l’Onu ha definito utilizzando il termine “genocidio”.
Il filosofo Andrea Zhok, docente all’università di Milano, lancia una provocazione di segno opposto: non è forse ipocrita, si domanda, scandalizzarsi per 7 milioni di euro indirizzati ad Hamas nel giro di vent’anni, quando, solo dal 7 ottobre 2023, gli Stati Uniti hanno trasferito qualcosa come 21 miliardi di dollari in aiuti militari ad Israele, «che li ha usati per bombardare 7 paesi, aggredirli unilateralmente, commettere omicidi mirati di militari e civili, uccidere al minimo 65.000 palestinesi, di cui 18.400 bambini?».
Questo non sarebbe terrorismo? No, infatti: non è che “legittima difesa”, secondo la vulgata sionista. Una visione che viene però respinta a gran voce, a livello mondiale, da tantissime autorevoli voci dello stesso mondo ebraico, indignate anche per la ferocia quotidiana riservata agli arabi in tutti i Territori Occupati, inclusa la Cisgiordania. «Se un bambino ti guarda storto, una sventagliata di Uzi è il minimo», chiosa Zhok, amaramente sarcastico: «I palestinesi devono solo porgere l’altra guancia, quando hanno la fortuna di averne ancora una». I soldi? Si potevano raccogliere legittimamente – aggiunge il filosofo – solo per l’acquisto dei sacchi per le salme: «È davvero scandaloso che questa gente non si lasci ammazzare e imbustare in silenzio».
Nel menù del diavolo, però, il peggio viene dopo: quando cioè si scopre che sono stati gli stessi avversari ufficiali a finanziare Hamas, e certo in modo assai più sostanzioso di quanto abbia potuto eventualmente fare un architetto palestinese residente in Italia.
Alimentare il nemico, sottobanco: accusa molto grave, che al governo israeliano è stata mossa da esponenti istituzionali di primissimo piano, come l’ex premier Ehud Olmert. E la denuncia è stata così clamorosa da essere ripresa persino da un comico televisivo come Maurizio Crozza. In prima serata, Crozza ha mostrato le immagini delle sfuriate in cui alcuni dirigenti politici di Israele rinfacciano a Netanyahu di aver apertamente finanziato Hamas, tramite il Qatar, coinvolgendo i vertici del Mossad.
Dunque: chi ha finanziato chi? Perché lo ha fatto? E dov’era, chi oggi critica i magistrati italiani (che evidentemente ci tengono a ricordare di avere una coscienza) quando i veri finanziatori di Hamas sguarnivano la frontiera e ritardavano deliberatamente i soccorsi, in modo che la strage jihadista fosse tale da giustificare, come rappresaglia, una carneficina di dimensioni epocali?
In Italia, Massimo Mazzucco (autore di un videoreportage-capolavoro sul 7 ottobre, che dimostra il carattere opaco dell’intera operazione criminale) ricorda che anche il giovane trumpiano Charlie Kirk, assassinato negli Usa lo scorso settembre, riteneva che l’aggressione di Hamas fosse stata intenzionalmente “lasciata accadere” da Israele, «che voleva una scusa per radere al suolo Gaza».
Il fondamentalismo armato? Un nemico perfetto, brutto e cattivo, fabbricato in casa. Per Mazzucco, il governo israeliano «ha finanziato e favorito Hamas permettendo all’organizzazione di armarsi fino ai denti». Lo ha ribadito anche Marco Travaglio, ospite della Gruber: «Conosciamo benissimo la complicità che c’è stata in questi anni tra Israele e Hamas». Rincara la dose il direttore di “Limes”, Lucio Caracciolo: «Israele è stato tra i grandi finanziatori (anzi, creatori) di Hamas, in funzione anti-Arafat; lo stesso Netanyahu se n’è vantato pubblicamente».
Per Olmert, primo ministro a Tel Aviv fino al 2009, «negli ultimi 15 anni il governo israeliano ha fatto di tutto per declassare l’Anp e rafforzare Hamas. Ha addirittura stretto un accordo con il Qatar e ha iniziato a spostare milioni e milioni di dollari verso Gaza».
Un parlamentare come Avigdor Lieberman, già ministro degli esteri e poi della difesa, queste verità le ha ribadite dai banchi della Knesset, gridandole in faccia a Netanyahu: «Finanziare Hamas era un tuo ordine personale», gli ha ricordato. «Nel 2020 hai inviato in Qatar il capo del Mossad, Yossi Cohen, insieme al generale Herzi Halevi, per aumentare i fondi che il Qatar girava ad Hamas».
Dunque: chi è davvero, Hamas? E perché strumentalizzare in Italia l’arresto dell’architetto palestinese accusato di essere un fiancheggiatore del terrorismo, fingendo di non conoscere i retroscena essenziali della vicenda? Dopo quanto si è scoperto sul 7 ottobre, com’è possibile limitarsi a condannare una sola parte, come se non fosse strettamente collegata con l’altra?
Questione di onestà intellettuale. Passi che a ragliare amenità siano personaggi del livello di Carlo Calenda; ma perché a insorgere, pretendendo che sia fatta piena luce sull’intero dossier, non è il sistema politico nel suo complesso, ovvero la comunità nazionale italiana?
Sembra di stare davvero alla mensa del diavolo, dove evidentemente è vietato ragionare. Sono bandite le analisi complesse: è invece gradito l’insulto, meglio se condito con reticenze e abbondanti dosi di volgare tifoseria. Fingere di non sapere e di non ricordare, peraltro, è proprio la specialità in cui eccelle il manistream media, altro vettore strategico nello spargimento di ostilità diffusa (dacci oggi la nostra dose di odio quotidiano).
Al banchetto del demonio c’è chi urla e chi insinua, chi sussurra, chi calunnia e diffama. C’è chi si compiace di credersi velenosamente migliore e sempre dalla parte della ragione, magnificamente al riparo da critiche, immune dal virus del dubbio.
Non temono invece le verità più spinose i nuovi storici israeliani, che contestano radicalmente i monotoni, minacciosi cantori del sionismo armato. A denunciare le politiche di Israele (non solo quelle di Netanyahu) sono intellettuali del calibro di Benny Morris e Ilan Pappé, Avi Shlaim, Tom Segev, Shlomo Sand, Norman Finkelstein.
La colonizzazione sionista della Palestina? Promossa da Londra nell’ottica della proiezione imperiale britannica, quando il Regno Unito era interessato a controllare la regione petrolifera. Tutto nacque nel lontano 1917 con la storica dichiarazione attraverso cui il ministro degli esteri inglese, lord Arthur James Balfour, “affidava” l’area attorno al Giordano al movimento sionista, allora ufficialmente rappresentato in Inghilterra dal barone Lionel Walter Rothschild. Dettaglio: le terre che Londra prometteva di donare, quelle palestinesi, in realtà appartenevano ancora all’Impero Ottomano.
Nel bestseller “Perché ci odiano”, dedicato all’analisi dell’avversione araba per l’imperialismo occidentale, Paolo Barnard cita le spietate disposizioni di David Ben Gurion: quando Hitler non era ancora giunto al potere, il padre di Israele (lo confermano i suoi diari) già raccomandava di sterminare tutti i palestinesi – inclusi vecchi, donne e bambini – che non avessero voluto cedere ai sionisti i loro villaggi.
Di recente, su “Mrtv”, Gianfranco Carpeoro ha sintetizzato in modo efficace l’origine della tragedia israelo-palestinese: «Le potenze di Yalta si accordarono per far nascere due Stati, ma poi in realtà ne supportarono uno solo».
Puntualizza Moni Ovadia: «Lo slogan sionista “una terra senza popolo per un popolo senza terra” contiene una patente menzogna, perché la Palestina era largamente abitata da arabi».
Già in epoca antica, ricorda Carpeoro, i piccoli nuclei ebraici competevano a livello regionale con popolazioni di origine fenicia, come i filistei: quelli che oggi chiamiamo palestinesi. Lo studioso cita le tesi espresse da Francesco Saba Sardi sull’origine della teocrazia. Una forma di dominio risalente al neolitico, quando comparve l’agricoltura: ieri come oggi, sarebbe ancora la religione (usata come clava) a motivare guerre per il controllo dei territori.
Se lo sfondo socio-culturale resta quello illuminato da Carpeoro, l’incrudelirsi del conflitto in Palestina lascia trasparire ulteriori complicanze ben poco onorevoli: diventa sempre più difficile separare nettamente i contendenti, se la regia delle forze, solo in apparenza contrapposte, risponde in realtà alla medesima ispirazione. In altre parole: le complicità ai vertici condannano le rispettive popolazioni.
Letteralmente sconcertante è la recente ricostruzione di un reporter come Franco Fracassi sui retroscena del 7 ottobre. «In prima linea ci sono i sionisti revisionisti, Israele e la “banda Netanyahu”», premette il giornalista, che però indica una vasta platea di complici: «Tra questi spiccano i Fratelli Musulmani», di cui Hamas è una filiazione, «nonché il B’nai B’rith, un’espressione massonica israeliana che ha agito d’intesa con una particolare massoneria islamica, incarnata dalla loggia Naqs Bandiyah».
In generale, sempre secondo Fracassi (che sta per dare alle stampe un libro ricco di testimonianze, confessioni e prove), l’operazione 7 ottobre avrebbe coinvolto un certo potere, presente in paesi come gli Usa, il Regno Unito, la Francia, la Germania, l’Ucraina, la Turchia, il Qatar e l’Azerbaijan».
Nella cabina di regia del terrorismo “sotto falsa bandiera”, per Fracassi restano le “menti raffinatissime”, americane, che costruirono il disastro dell’11 Settembre. Non solo i Bush e i loro diretti collaboratori, o alcuni fiancheggiatori dei neocon (Bill e Hillary Clinton, Barack Obama, Joe Biden), ma anche e soprattutto le “teste pensanti”: personaggi che «hanno costituito la spina dorsale delle amministrazioni Clinton, Bush e Obama, poi della prima amministrazione Trump, quindi dell’amministrazione Biden, e prima ancora lo erano stati dell’amministrazione Reagan».
Funzionari di rango, capaci di orientare le politiche mondiali. Un nome fra i tanti: il neocon Robert Kagan. Sua moglie, Victoria Nuland (Nuderland, in origine) nel 2014 a Kiev tirò le fila del golpe di Euromaidan, concepito per trasformare l’Ucraina in una bomba geopolitica da lanciare contro Mosca. Quanto al marito, Robert, «stava dietro alla guerra in Iraq e a quelle in Afghanistan, Libia e Siria», prima di passare lui stesso a occuparsi di Ucraina, terra d’origine di tanti ashkenaziti finiti ai vertici dell’establishment statunitense.
Per Fracassi, proprio Kagan sarebbe uno dei massimi supervisori del 7 ottobre. Accanto a lui figurerebbe lo stesso Elliott Abrams, già assistente segretario di Stato (attivo sotto Reagan, Bush junior e Trump). «Si tratta di quell’Abrams che orchestrò e diresse massacri in El Salvador negli anni ’80, poco prima di concepire l’affare Iran-Contras»: il traffico illegale di armi fatte affluire da Teheran, violando l’embargo contro gli ayatollah, per armare la feroce contro-guerriglia in Centramerica, è tuttora considerato il più grande scandalo nella storia statunitense.
«Non solo: Elliott Abrams, che scrisse fisicamente il dossier Pnac, ebbe anche l’idea della finta provetta di antrace che Colin Powell avrebbe agitato all’Onu per criminalizzare Saddam Hussein e quindi invadere l’Iraq. Infine lo stesso Abrams, per conto di Netanyahu, ha recentemente redatto il testo della riforma costituzionale di Israele».
Poi, certo, è molto più agevole fare le pernacchie ai ragazzini della Flotilla. O ai politici italiani che avrebbero avuto rapporti, anche fugaci, con l’architetto palestinese oggi sospettato di aver contribuito a finanziare Hamas.
Da sempre, del resto, il bue ama dare del cornuto all’asino. Accade persino qui e ora, in questo spregevole inferno di crimini e bugie.
Tutto questo ricorda la parabola evangelica della trave e della pagliuzza. Che orrore, Hamas. Vade retro! Che imperdonabile associazione a delinquere, solitaria e isolata, mai assistita dagli amici degli amici (della serie: no, la mafia non ci risulta).
Gli “iddii pestilenziali” di montaliana memoria? Meglio fingere di non sapere che siano mai esistiti: è così comodo, in fondo, stare tra i buoni a sputare in faccia ai cattivi. E pazienza, se un giorno furono proprio i buoni a fondare l’estremismo islamico, a promettere terre palestinesi non loro, a creare Al-Qaeda e poi l’Isis, a mettere in piedi Hamas, a consegnare la Siria ai terroristi di Al-Nusra (la costola siriana del network di Bin Laden).
Oltre ai britannici, caposcuola assoluti in quest’arte, tra i buoni militano tanti paesi mediorientali e persino la Turchia, che fa ancora parte della Nato. Per non parlare degli Usa, senza i quali l’esercito più buono del mondo non avrebbe mai potuto macellare ventimila bambini, offerti uno dopo l’altro al grande banchetto del diavolo.

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