IL MISTERO DELL’ITALIA CHE “TRACCIA LE STRADE” (OLTRE TRUMP E BRUXELLES)

Allontanare l’Italia dall’Unione Europea: lo prescrive la nuova visione strategica degli Stati Uniti, trapelata in questi giorni. Al di là del fatto che è la stessa Ue ad aver predisposto il proprio inesorabile suicidio politico, azzerando qualsiasi forma di reale unità europea (men che meno democratica), del nuovo orientamento di Washington – multipolare, non più ossessivamente egemonico né ostile alla Russia – colpisce l’esplicito riferimento al Belpaese.
Una specie di leggenda, di mistero buffo, aleggia sul destino della Penisola: come se un irriferibile segreto proteggesse la sua pretesa, assoluta unicità.
«L’Italia traccia le strade», ebbe a dire il celebre esoterista Rudolf Steiner, già allievo della teosofa Helena Petrovna Blavatsky, donna eccezionalmente iniziata ai misteri del Tibet e considerata ispiratrice dei maggiori guru contemporanei. Tuttora stimato a sua volta come grande maestro, quasi venerato dalle massonerie di mezzo mondo, lo stesso Steiner è stato esplicito: il ruolo del nostro paese sarebbe quello di introdurre moduli destinati a condizionare il pianeta.
Esempi? Prima l’Impero Romano, poi il Cristianesimo e, non ultimo, il Rinascimento. Anche nell’era moderna, l’Italia ha preoccupato i suoi “concorrenti”. Di Cavour si dice che sia stato “aiutato” a morire prematuramente, non essendo intenzionato a rispettare il patto massonico post-unitario contratto con inglesi e francesi, secondo i quali il nostro paese non sarebbe mai dovuto andare oltre il ruolo di semplice colonia a guardia del Mediterraneo, proprio a ridosso del Canale di Suez.
Altri strateghi paragonabili a Cavour, nel ‘900, non sono arrivati alla pensione. Prima lo spericolato Enrico Mattei, poi il felpato Aldo Moro. E che dire di Adriano Olivetti, pioniere mondiale dell’informatica, brutalmente emarginato perché troppo indipendente e fautore di un rivoluzionario capitalismo dal volto umano, che metteva al primo posto gli operai?
Da Leonardo da Vinci a Ettore Majorana, è sempre esistita un’Italia altamente preoccupante, per i grandi poteri mondiali: un’Italia da intimidire, da punire. Sconcerta, ad esempio, che ad Hammamet fossero i miliziani palestinesi dell’Olp di Arafat le sole guardie del corpo rimaste fedeli a Bettino Craxi, lo statista processato sommariamente nelle piazze italiane durante la caccia alle streghe chiamata Mani Pulite. Sul rogo, quattro secoli prima, era finito materialmente Giordano Bruno: altro italiano destinato a far tremare il potere costituito.
Sono inoltre legati indissolubilmente all’Italia tre personaggi decisivi nella storia del medioevo europeo, in cui affondano le radici continentali: l’imperatore svevo Federico II, Francesco d’Assisi e il poeta fiorentino Dante Alighieri.
Federico Ruggero di Hohenstaufen, di stirpe tedesca, nacque a Jesi nelle Marche e visse quasi sempre a Palermo. Papa Gregorio IX, che lo detestava, lo paragonò all’Anticristo, alla Bestia dell’Apocalisse. Per tutti gli altri era invece “stupor mundi”, un sovrano magnifico e liberale, amico della pace e dell’incontro fra culture: si circondava di alchimisti e astrologi, eruditi ebrei e dotti arabi. La sua scorta personale era scandalosamente costituita da guerrieri islamici, di formazione Sufi. A Lucera costituì una importante colonia musulmana, mentre sempre in Puglia, a Castel del Monte, eresse il suo strepitoso maniero ottagonale, sublime tempio iniziatico e vera e propria “macchina energetica”.
Soprattutto, Federico – facendo infuriare il Vaticano, che voleva la guerra a tutti i costi – dopo molte titubanze condusse a modo suo la VI Crociata, senza mai combattere: concluse infatti uno spettacolare accordo con il sultano Malik al-Kāmil, nipote del Saladino, che concesse ai pellegrini cristiani il libero accesso alla Terrasanta. Per tutta risposta, l’imperatore pacifista fu simpaticamente scomunicato. La Chiesa tentò anche di detronizzarlo, approfittando della sua assenza dalla Penisola.
L’accordo interreligioso con il sultano era stato propiziato dall’altro problematico primattore del periodo, quello che Dario Fo avrebbe ribattezzato “lo santo jullare Francesco”, poi elevato al rango di patrono nazionale italico. Quel monaco mendicante, che si era spinto fino in Egitto per parlare con il capo dei musulmani, era un cristiano molto anomalo, probabilmente di madre catara, lui stesso in odore di eresia e lungamente a rischio di finire arrostito. Era un eroe del pauperismo: come gli stessi Albigesi, Francesco non ammetteva la proprietà privata, su cui peraltro si fondava l’opulentissimo potere temporale del Papato. La sua iniziale biografia, imbarazzante perché sincera, scritta appena dopo la sua morte dall’amico e confratello Tommaso da Celano, venne letteralmente oscurata – su ordine del Vaticano – dal futuro San Bonaventura, nominato biografo ufficiale del Poverello di Assisi.
A Francesco si deve anche l’introduzione in Europa della tradizione del presepe natalizio, che (dietro l’apparenza della natività cristiana) altro non è che un’allegoria dell’iniziazione alla religione tradizionale egizia. In quella simbolizzazione, il bue e l’asino sono gli avatar delle divinità del Nilo che fungono da padrini dell’iniziando, destinato a “nascere a nuova vita” abbracciando una superiore conoscenza, di matrice gnostica.
Conoscenza magistralmente codificata nella struttura geometrica nascosta nella Divina Commedia: lo ha clamorosamente scoperto la professoressa Maria Castronovo (non a caso, italiana), straordinaria studiosa di Dante e autrice di libri fondamentali sulla vera natura, meravigliosamente eversiva, del messaggio dell’Alighieri.
Nella Commedia, l’Uomo-Dio va oltre la morte, connettendosi direttamente con quella che un altro italiano, il fisico Federico Faggin (geniale inventore del microchip) oggi chiama “coscienza cosmica”: un’intelligenza sottile, presente nell’intero universo in ogni singola particella subatomica.
L’inaudita scoperta di Maria Castronovo? Il modo in cui dev’essere letto il capolavoro dantesco, secondo una particolare metrica ispirata alla matematica di Pitagora: i canti vanno abbinati a due a due, in una sorta di valzer. Per comprendere appieno il canto 1 bisogna cioè passare direttamente al 51, quindi al 2 e al 52, e così via. Ecco che allora la Commedia cambia volto e si pronuncia, in modo insospettabile, sulla Terra, sul cielo e sulla perennità “immortale” dei viventi, alle prese con esistenze multidimensionali che fanno pensare esattamente all’attuale fisica quantistica, che bypassa la linearità dello spazio-tempo.
Questo percorso virtuoso, geometricamente tracciabile sulla carta, mostra un’anima astrologica: sintetizzato e trascritto numerologicamente, il poema “disegna” due stelle a otto punte, una nell’altra. E contiene un messaggio finale, sempre in codice: quando entreremo in risonanza con l’Acquario (il ventennale abbinamento pluto-acquariano è effettivamente iniziato nel 2024) i poteri nefasti inizieranno a vacillare. A quel punto emergerà gradualmente un’umanità nuova, finalmente libera dalla schiavitù delle paure. Quella dell’Alighieri, ci fa sapere Maria Castronovo, è una sorta di profezia, formulata 700 anni fa con precisione millimetrica.
Siamo dunque alla vigilia di rivolgimenti epocali? Che il periodo sia palesemente apocalittico lo dimostra, una volta di più, la sconcertante “disclosure”, non solo statunitense, sulla cosiddetta “visita aliena”. Vacillano verità di comodo e dogmi religiosi. Tante maschere stanno cadendo. Ma perché mettere sotto i riflettori proprio l’Italia? C’è qualcosa di occulto, nel nostro passato, che qualcuno conosce e non intende divulgare?
L’unicità italiana è fatta anche di geografie: lo Stivale, felicemente incastonato tra il Mediterraneo e le Alpi, al centro dell’Europa meridionale e di fronte alle coste africane, contempla praticamente tutti gli habitat naturali dell’emisfero boreale, dalle spiagge bianche al deserto di ghiacci.
L’Italia, come ricorda Oscar Farinetti, il fondatore di Eataly, vanta un primato mondiale in termini di biodiversità, che poi si traduce virtuosamente in un’infinita varietà di eccellenze gastronomiche. Tra parentesi: l’Onu ha appena deciso di dichiarare la cucina italiana “patrimonio dell’umanità”. Analoga posizione di prestigio spetta al nostro vino: nessun altro paese al mondo si avvicina al numero di vitigni autoctoni che può annoverare l’Italia.
La strana guerra costantemente condotta contro il Belpaese è documentata in libri come quelli di Fasanella e Cereghino, “Il golpe inglese” e “Colonia Italia”, che esplorano anche la stagione pre-unitaria e quella, turbolenta, tra le due guerre mondiali. E a proposito del talento nel “tracciare le strade”, citato da Steiner: vogliamo parlare del cavalier Benito Mussolini, fondatore della prima, vera dittatura moderna della storia? Proprio a lui si ispirò dichiaratamente l’allievo Adolf Hitler. E anche quello del Ventennio, purtroppo, era genuino “made in Italy”.
In compenso, l’Italia ha spesso stupito in positivo il resto del mondo. Lo ha fatto con i suoi navigatori e i suoi geniali inventori, le repubbliche marinare, la proto-democrazia dei Comuni medievali e la fantastica fioritura rinascimentale, capace di condizionare l’intera Europa. Un paese rimasto povero e poi raso al suolo nella Seconda Guerra Mondiale era riuscito, in pochissimi anni – grazie al Piano Marshall, ma non solo – a diventare la quarta potenza economica del pianeta.
Uno dei vizi antichi del Belpaese – il campanilismo autolesionistico, dove si arriva a invocare l’aiuto dei forestieri per sconfiggere la provincia rivale, confinante – è stato largamente utilizzato dopo il crollo dell’Urss, quando il sistema politico-sociale della Prima Repubblica poteva anche crollare, non essendo più essenziale come argine contro i regimi comunisti. Formidabili “collaborazionisti” si misero al servizio dello straniero, tradendo la patria. Al diavolo l’Iri, che era il primo cluster industriale d’Europa e aveva fatto da motore al “miracolo italiano”, un exploit fondato proprio sull’economia mista, pubblico-privata. Tanti esterofili detrattori dell’italianità aiutarono a creare il clima nel quale i Prodi e i Draghi azzopparono rapidamente il paese, svendendone i tesori industriali in nome dell’arrembante neoliberismo finanziario.
Un nostro grande comico, Paolo Villaggio, rese immortale la caricatura dell’italiano tutto “spaghetti e mandolino”, visto dagli occhi ignoranti e razzisti dell’ottuso tedesco post-nazista. Il guaio è che un’analoga canzoncina (l’Italia presentata come incorreggibile, condannata dai suoi presunti mali endemici: mafia, lavoro nero, evasione fiscale) è stata cantata fino a ieri dai media che tifavano per la mannaia giudiziaria, dagli anni di Tangentopoli alla più recente stagione del populismo anti-casta cavalcato da Grillo, altro italiano di talento (l’unico al mondo a creare dal nulla un partito di governo, partendo dal web).
Fuori tempo massimo, i più si sono accorti che certe rabbiose lotte iconoclastiche – come quella contro Berlusconi, ad esempio – non fanno che imbarbarire la politica, oscurando le responsabilità dei veri manovratori sistemici: il chiasso delle tifoserie finisce per assolvere le tecnocrazie imperiali e i loro terminali locali, sempre pronti a trasformare in religione insindacabile qualsiasi dottrina politico-economica che preveda la contrazione dei diritti sociali e del benessere diffuso.
Insieme alla Grecia, il nostro è stato il paese più colpito dall’austerity europea artificiosamente indotta con pretesti incresciosi come il balletto dello spread, pilotato dai soliti noti. Eppure, nonostante tutto, l’Italia non è affondata. Ha perso posizioni, ma è ancora in piedi. E il resto del mondo, in qualche modo, ne ammira tuttora l’estetica: lo stile. Dopotutto, il Belpaese resta la nazione in possesso del maggior patrimonio terrestre, in termini di beni culturali.
Di nuovo: qualcuno custodisce indizi forse indicibili, annidati nella più remota antichità, sull’eventuale destino dell’Italia e la sua decantata vocazione di fatidico apripista?
C’è chi ama leggere tra le pieghe degli eventi, nella cosiddetta meta-storia. Un giovane ricercatore come Diego Marin, indagatore di impalpabili genealogie dinastiche, riferisce che, in un frammento cronachistico carolingio, un buffone di corte chiama “Carlo Anicio Flavio” il neo-sovrano del Sacro Romano Impero, incoronato proprio a Roma.
Evidente l’intento di evocare la presunta, antica romanità di Carlo Magno, associandolo all’augusta Gens Anicia. E soprattutto: l’espediente poteva servire a collegare prestigiosamente a Costantino, anch’egli “Flavio”, il rozzo imperatore germanico, capo dei franchi e discendente dei Pipinidi che avevano appena spodestato i nobilissimi Merovingi, i quali si consideravano discendenti diretti di Gesù.
Inoltre, accostando Carlo Magno a Costantino, forse si voleva mettere in relazione lo stesso imperatore romano, l’uomo che sdoganò il cristianesimo ufficiale di San Paolo, nientemeno che con Giuseppe Flavio, l’ebreo romanizzato che nel 70 dopo Cristo, caduta Gerusalemme, avrebbe trasferito nell’Urbe l’élite israelita: giusto a partire da quell’anno, stranamente, sarebbe iniziata la redazione dei Vangeli canonici.
Perché insediare proprio a Roma una religione mediorientale, nata forse tra la Palestina e l’Egitto? Perché la capitale italica – risponderebbero i detrattori del cattolicesimo – era davvero “caput mundi”, all’epoca, e il nuovo credo doveva servire a unificare la cultura dell’immenso impero dei Cesari, largamente multietnico. La polemica è sempre viva: quella instaurata a Roma era dunque una religione fabbricata come strumento di potere, in opposizione al presunto cristianesimo originario, di ispirazione gnostica?
Se si va ancora più indietro, ci si può soffermare sul primo imperatore, Ottaviano Augusto, e sul suo magistrale poeta di corte: il grandissimo Publio Virgilio Marone, mantovano, di dichiarate origini etrusche. La richiesta di Augusto all’amico letterato: esaltare le origini di Roma, evocandone il passato glorioso. Detto fatto: ecco approdare nel Lazio l’eroe dell’Eneide, fondatore della Città Eterna, avventurosamente scampato al rogo di Troia.
Per i seguaci dell’antica tradizione misterica eleusina (suggestivi i libri di Nicola Bizzi, pubblicati dalla sua casa editrice, Aurora Boreale), proprio Troia era l’ultima roccaforte della luminosa civiltà minoica di Creta, lungamente egemone nel Mediterraneo prima di soccombere di fronte alla catastrofica eruzione del vulcano Santorini.
Stando alla tradizione mitopoietica degli eleusini, che attinge a fonti del calibro di Esiodo e Platone, i troiani erano di origine atlantidea come gli stessi pelasgi o “popoli del mare”, tra i quali gli studiosi odierni tendono ormai a includere gli stessi antenati di Virgilio, ovvero gli etruschi: lasciata l’Asia Minore (dopo la caduta di Troia?) l’etnia guidata dai lucumoni si sarebbe stabilita tra la valle del Tevere e quella dell’Arno, acquisendo quella “cittadinanza italiana” che le viene tradizionalmente riconosciuta.
Domanda: la mitologia letteraria dell’Eneide allude forse a una pagina reale di storia remota, addirittura “aliena” in quanto, ai suoi albori, collegabile a un tabù assoluto come quello di Atlantide? Gli antenati degli antichi proto-italici avrebbero quindi a che fare con il leggendario arcipelago oceanico dei Titani, poi sconfitti dalle schiere olimpiche di Zeus come narrato nella Teogonia di Esiodo?
In altre parole: la Roma del troiano Enea, che avrebbe presto sopraffatto e fagocitato il mondo greco assorbendone la vasta cultura, si sarebbe così vendicata dell’etnia ellenica che aveva soppiantato gli antenati minoici? Dunque, l’Italia stessa non poteva che incarnare la rinascita di una civiltà antichissima, dalla provenienza inconfessabile perché atlantica e titanica?
Di recente, un ricercatore come l’ingegner Felice Vinci (autore del sorprendente saggio “Omero nel Baltico”, che annulla la geografia mediterranea dell’Iliade) ha sostenuto che i colli di Roma – sette, come i suoi antichi re – sarebbero lo “specchio” terrestre delle Pleiadi: i fondatori dell’Urbe verrebbero quindi da lontanissimo?
Le si potrebbero considerare semplici suggestioni, naturalmente, molto difficili da maneggiare senza correre il rischio di sconfinare nella fanta-storia. Eppure, proprio certe ipotesi si fanno strada laddove la storiografia ufficiale sembra incompleta, se non reticente, così come l’archeologia.
Intanto, si resta sempre in attesa che qualcuno si decida a interpretare in modo più compiuto l’affascinante indicazione di Steiner sull’eventuale ruolo luminoso dell’Italia. A quanto pare, la Penisola in cui sarebbe sbarcato il letterario Enea godrebbe di una sorta di mandato esclusivo, a carattere palingenetico: una funzione potenzialmente evolutiva e rigenerante, capace di traghettare l’umanità da un’epoca all’altra.
Una missione persino epica, volendo, che oggi pare rilanciata per l’ennesima volta, nella storia, grazie alla strana America guidata dall’atipico massone che risponde al nome di Donald Trump.
L’intento della Casa Bianca sarebbe quello di puntare proprio sull’Italia, totem mondiale ancora spendibile in termini di promozione della bellezza, per iniziare a smantellare la roccaforte oligarchica dei poteri oscuri che hanno usurpato l’europeismo finendo col demolire l’idea stessa di Europa, avendo ridotto Bruxelles ad anacronistico strumento di oppressione burocratica di stampo neo-feudale.
Ormai pressoché irrilevante, nel mondo multipolare che si va dispiegando, il vecchio continente rischia davvero di scomparire. Al grande naufragio, paradossalmente, potrebbe sopravvivere proprio l’ancestrale, inaffondabile paese di Dante e Leonardo?

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