Occidente e Islam politico: quando la tolleranza diventa cieca

Se le accuse di finanziamento ad Hamas nei confronti di Mohammad Hannoun fossero confermate, lo Stato non dovrebbe esitare: chi sostiene il terrorismo deve pagare il conto pieno della legge, senza attenuanti né ambiguità. In una democrazia liberale non esistono “zone grigie” quando si tratta di organizzazioni che mirano deliberatamente alla distruzione di uno Stato e all’uccisione di civili. Buttare la chiave non sarebbe un eccesso, ma un messaggio necessario: la tolleranza finisce dove inizia la guerra contro la società aperta.

Questo caso, tuttavia, non è un episodio isolato, bensì il riflesso di un problema più profondo che l’Occidente continua a ignorare: un rapporto mal definito con l’Islam politico contemporaneo. I segnali sono sotto gli occhi di chiunque sia disposto a guardarli senza filtri ideologici.

Nel 2018, durante i festeggiamenti per la vittoria della Francia ai Mondiali di calcio, Parigi vide sventolare più bandiere algerine e marocchine che tricolori francesi. Scene analoghe si sono ripetute negli anni successivi, fino alla quasi totale assenza della bandiera nazionale durante le celebrazioni per la vittoria del Paris Saint-Germain in Champions League; mentre la curva mostrava coreografie a favore della causa palestinese. Scene come queste non sono dettagli irrilevanti: indicano un processo più profondo di disallineamento culturale. L’Occidente non riesce ad assimilare l’Islam; viene piuttosto assimilato lui stesso, a casa propria.

Per comprenderne le radici è necessario guardare alla storia. 

Nel 1947 l’ONU propose la partizione della Palestina mandataria: il movimento sionista accettò, mentre il fronte arabo rifiutò e scelse la guerra. Da allora Israele — uno Stato grande quanto la Puglia con circa 9 milioni di abitanti — si è trovato circondato da Paesi ostili che coprono oltre 13 milioni di km² e rappresentano più di 450 milioni di abitanti arabi (https://www.worldometers.info/geography/largest-countries-in-the-world/https://www.worldbank.org/en/region/mena/overview).
Eppure, molti continuano a interpretare la storia con categorie emotive piuttosto che numeriche o fattuali.

Anche il termine “Palestina” merita un chiarimento storico. Fu l’imperatore romano Adriano, nel 135 d.C., a rinominare la provincia di Giudea come Syria Palaestina, prendendo il nome dai Filistei — antichi nemici degli ebrei — come punizione dopo la rivolta di Bar Kokhba (https://www.britannica.com/place/Palestine).
L’identità nazionale palestinese moderna emerge solo negli anni Sessanta con Arafat e il supporto sovietico nell’ambito della Guerra Fredda; lo stesso leader dell’OLP, Zuheir Mohsen, dichiarò nel 1977: «Il popolo palestinese non esiste… La creazione di uno Stato palestinese è solo un mezzo per continuare la nostra lotta contro lo Stato di Israele».

Oggi il cuore della questione non è solo storico o geopolitico, ma culturale e giuridico. L’Islam politico così come è predicato e applicato nella maggior parte delle società a maggioranza musulmana presenta tratti che lo rendono strutturalmente incompatibile con i valori democratici occidentali: antidemocratico, teocratico, misogino e illiberale. La subordinazione giuridica della donna, la criminalizzazione dell’omosessualità e la pena di morte per apostasia sono realtà normative, non discussioni astratte.

Le piazze parlano lo stesso linguaggio dell’islam estremista

Le manifestazioni di piazza lo dimostrano: slogan come “From the river to the sea” e “We are not here to take part, we are here to take over” a Londra nell’ottobre 2023 non sono solo espressioni politiche, ma riflessi di un paradigma ideologico incompatibile con la convivenza liberale. Analogamente, in Australia sono regolari le proteste anti-israeliane e la comunità ebraica ha recentemente subito diversi attacchi, fino al massacro di Bondi Beach nel dicembre 2025.

A ciò si aggiunge la dottrina della taqiyya, che consente la dissimulazione della fede per proteggere o per promuovere l’Islam e la Jihad. Non è una teoria cospirativa, ma una nozione teologica documentata (https://en.wikipedia.org/wiki/Taqiyya). 

La fiducia reciproca, fondamento di ogni società aperta, diventa problematica quando una parte considera legittimo mentire per ragioni religiose. E ciò solleva una domanda critica: come dovremmo considerare tutti i sindaci musulmani eletti in grandi città da Londra a New York? Sadiq Khan è stato eletto sindaco di Londra nel 2016, diventando il primo musulmano in tale ruolo in una capitale europea (https://en.wikipedia.org/wiki/Sadiq_Khan). Recentemente, Zohran Mamdani è diventato il primo sindaco musulmano di New York City nel 2026, un evento che ha suscitato entusiasmo nelle comunità musulmane di tutto il mondo (e sta facendo discutere l’opinione pubblica) (https://en.wikipedia.org/wiki/Zohran_Mamdani).
E non va dimenticato il dibattito pubblico sulla recente costituzione di liste islamiche e movimenti di rappresentanza religiosa nelle elezioni di Roma. La presenza di rappresentanti religiosi nel governo locale dovrebbe farci interrogare su quale modello culturale e politico stiamo promuovendo — integrazione, assimilazione o sfida ai valori laici?

Questi candidati, stanno praticando la Jihad e la taqiyya o stanno esercitando il loro diritto a partecipare alla vita democratica? I dubbi sulla natura dell’interesse a partecipare alla vita politica delle istituzioni occidentali nasce dalla commistione nelle società islamiche tra potere secolare e spirituale e da video di religiosi che indicano la partecipazione politica come strumento per condurre la Jihad (e non più come haram – proibito).

Hamas: un caso paradigmatico

È in questo contesto che il caso Hannoun assume un valore paradigmatico. Se il finanziamento ad Hamas fosse accertato, la risposta deve essere netta. Hamas non è un semplice movimento di resistenza: il suo statuto del 1988 invoca esplicitamente la distruzione di Israele e assegna alla lotta jihadista un ruolo centrale (https://en.wikipedia.org/wiki/1988_Hamas_charterhttps://irp.fas.org/world/para/docs/880818a.htm). L’organizzazione afferma che “Israele continuerà ad esistere finché l’Islam non lo oblitererà” e ripetendo una presente anche nei testi tradizionali: “L’Ora non arriverà finché i musulmani non combatteranno contro gli ebrei e i musulmani li uccideranno, finché l’ebreo si nasconderà dietro le pietre e gli alberi e la pietra o l’albero dirà: ‘O musulmano, o servo di Allah, c’è un ebreo dietro di me, vieni e uccidilo’, eccetto l’albero di Gharqad, poiché esso è l’albero degli ebrei.”  Sahih Muslim: Libro 54, Hadith 2922.

Mentre Hamas continuava a proclamare apertamente la distruzione dello Stato ebraico come obiettivo politico e religioso, Israele nel 2005 si ritirò unilateralmente dalla Striscia di Gaza. Solo l’anno successivo, nel 2006, Hamas vinse le elezioni legislative e prese il controllo del territorio. Da quel momento, invece di destinare gli oltre 40 miliardi di dollari di aiuti internazionali ricevuti tra il 2006 e il 2023 alla costruzione di scuole, ospedali e infrastrutture civili, il movimento ha scelto una strada diversa: preparare la guerra, realizzando una vasta rete sotterranea di oltre 500 chilometri di tunnel militari al servizio della propria milizia.

Il paradosso della tolleranza

Il dibattito occidentale sulla coesistenza multiculturale non può ignorare il paradosso della tolleranza formulato da Karl Popper: se una società è tollerante senza limiti anche verso coloro che sono intolleranti, i tolleranti saranno distrutti e con essi la tolleranza stessa — e quindi, in nome della tolleranza, una società democratica può dover negare libertà e spazi a coloro che cercano attivamente di demolire i suoi valori fondamentali (concetto esposto nel contesto filosofico di Popper).

La società occidentale dovrebbe porsi una domanda preliminare e tutt’altro che banale: è giusto intervenire per contrastare l’oppressione in società che non condividono i nostri valori, abbandonando di fatto il principio westfaliano di non ingerenza, oppure è più prudente limitarsi a difendere i propri confini morali e giuridici? È un dilemma legittimo, che divide diplomazie e opinioni pubbliche. Ma una cosa è certa: prima ancora di decidere se e come esportare i propri principi, l’Occidente dovrebbe essere assolutamente chiaro su come impedire che mentalità teocratiche, autoritarie e incompatibili con la democrazia mettano radici al suo interno. Difendere la libertà altrove può essere una scelta; difenderla in casa propria è un dovere.

Conclusione: una democrazia che deve difendersi

Come ha più volte sostenuto Charlie Kirk nei suoi interventi pubblici, una società non è un semplice spazio geografico, ma una comunità fondata su valori condivisi, regole comuni e presupposti culturali compatibili. Quando questi presupposti vengono meno — quando alla democrazia si contrappone la teocrazia, all’uguaglianza la discriminazione, alla libertà di pensiero il dogma religioso — la convivenza smette di essere integrazione e diventa frizione permanente. Continuare a fingere che tutto sia armonizzabile non è tolleranza, è autoinganno.

Una democrazia che rinuncia a difendere se stessa in nome di un relativismo definito da una minoranza non è virtuosa: è vulnerabile, e rischia di essere sopraffatta da chi non condivide i suoi fondamenti.

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