COME DEMOLIRONO L’URSS: IL TRADITORE ANDROPOV STERMINÒ TUTTI I PATRIOTI PER INSEDIARE GORBACIOV

Stalin, Brežnev, Černenko. Tre morti più che sospette, su cui ci si interroga ancora oggi. I primi due presidenti dell’Urss si spensero dopo aver incontrato, a porte chiuse, il capo dei loro servizi segreti: il terribile Berija fu l’ultimo a vedere Stalin, mentre l’altrettanto temuto Andropov visitò Brežnev poco prima che l’anziano leader si spegnesse.
Proprio su Yurij Andropov, che sarebbe arrivato a diventare il padrone assoluto dell’Urss, pesa un terribile dubbio: per tutta la vita avrebbe segretamente lavorato per conto dell’Occidente, preparando il terreno per la resa dell’Unione Sovietica. La capitolazione sarebbe infine maturata sotto il breve regno del suo pupillo, Mikhail Gorbaciov.
I cattivi pensieri si fanno indizi, e poi prove: basta controllare quante morti (misteriosi incidenti, finti suicidi) hanno spianato la strada ai presunti traditori dell’impero rosso. Un cimitero impressionante: è infinita la sequenza dei funerali eccellenti, a cavallo tra gli anni ’70 e ’80.
«Come tutti, anch’io nell’aprile dell’85 mi rallegravo del fatto che finalmente, al posto dei vecchi decrepiti a cui eravamo abituati, al Cremlino fosse arrivato Gorbaciov: un uomo pieno di energia, che parlava liberamente in pubblico e senza bigliettini, promettendo di rinnovare e migliorare tutto. Era il tempo delle grandi speranze, delle grandi aspettative».
Allora, Dmitrij Koreshkov era solo un ragazzo. Si sarebbe laureato in economia all’università internazionale di Mosca. Poi, attratto dall’Italia, si sarebbe trasferito sul Lago di Garda, operando come imprenditore dell’import-export nel settore chimico. Da qualche anno, le sue preziose analisi controcorrente arrivano al pubblico italiano tramite “Border Nights”.
Figlio di un alto ufficiale dell’Armata Rossa che si occupò dell’assistenza militare fornita alla Libia di Gheddafi, Koreshkov si sente cittadino del mondo. Ama l’Italia e, al tempo stesso, sa di essere un vero patriota russo.
Si è profondamente appassionato alla storia del suo paese, che considera da sempre vittima di certe élite: gruppi che utilizzano l’imperialismo occidentale, maestro nell’infiltrarsi nei corridoi del Cremlino grazie ai tanti “collaborazionisti” russi.
Personalmente, Koreshkov è contrario alla guerra nel Donbass: non ha approvato la scelta di far parlare le armi, pur denunciando la violenta politica antirussa degli ucraini, manovrati delle oligarchie che si avvalgono dei falchi della Nato. L’analista ammette di non aver votato per Putin, anche se lo rispetta e ne apprezza la levatura di statista. Semmai, gli rimprovera di non aver ancora interrotto certi legami di potere con l’Occidente, a suo parere difficilmente coniugabili con l’autentico interesse nazionale russo.
Storia antica, peraltro: già alla corte imperiale di Pietroburgo, affollata di zarine polacche e nobili parenti tedeschi, si parlava francese e si stentava a capire il russo parlato dal popolo. La Rivoluzione d’Ottobre? Anch’essa pesantemente condizionata da agenti stranieri, al soldo delle potenze che poi avrebbero tentato di stroncarla sul nascere tramite la controrivoluzione.
Gli autentici patrioti russi? Non moltissimi. «Tra questi Ivan IV, prontamente battezzato “il terribile”, in Occidente, perché sordo ai “consigli” di Londra e Parigi». Gli europei preferivano Caterina, di stirpe teutonica, o Pietro il Grande, che tentò di occidentalizzare la Russia. Poi, i britannici dovettero arrendersi di fronte all’incorruttibile Stalin, l’uomo d’acciaio. «Morto lui, il successore Khrushev aprì le porte ai Rothschild, quando l’ex Impero Britannico (ormai surclassato da Usa e Urss) adottò la finanza come strumento di dominio geopolitico».
 
L’agente inglese a Mosca
 
A quel punto, per imbrigliare ulteriormente Mosca, gli inglesi avrebbero messo in campo il loro uomo: Jurij Vladimirovič Andropov. Unico ebreo a guidare i servizi segreti sovietici, capace di scalare il potere fino a diventare il capo dell’Urss.
Al Cremlino arrivò alla fine del 1982. Era ormai vecchio e malato, sarebbe morto all’inizio dell’84. Perché fece ugualmente di tutto per conquistare la poltronissima, pur sapendo che gli restava poco da vivere? Evidentemente lavorava per conto terzi, come sempre. E solo dal massimo “trono” sovietico poteva essere certo di riuscire a piazzare nei posti-chiave i suoi uomini, destinati ad affossare l’Urss. Uno su tutti: Gorby, futuro eroe della distensione e Premio Nobel per la Pace. Amatissimo in Occidente per aver messo fine alla guerra fredda, ma detestato in patria per aver innescato il collasso economico della società sovietica. 
Tra le sue fonti, Koreshkov cita osservatori speciali come Alexander Shevyakin, grande giornalista, autore di tanti libri sulla caduta dell’Urss. E poi Leonid Sumarokov, genero dell’ideologo stalinista Mikhail Suslov, “numero due” dell’Urss durante l’epoca di Brežnev.
Uno dei testi di Shevyakin ha un titolo che parla da solo: “Sui cadaveri di chi sono saliti al potere Andropov e Gorbaciov?”. Si domanda l’autore: «Come ha potuto un chiacchierone mediocre come Gorbaciov raggiungere il potere supremo nel paese per poi tradirlo e consegnarlo ai nemici perché lo facessero a pezzi? Come ha fatto a far precipitare improvvisamente l’economia più stabile del mondo, che assicurava a tutti i cittadini dell’Urss un’incrollabile fiducia nel domani?».
Per inciso, ricorda Dmitrij Koreshkov, la Russia di Putin – che grazie all’attuale presidente ha notevolmente risalito la china, dopo la catastrofica stagione di Eltsin – non è ancora tornata agli standard di benessere che si registravano nel paese durante gli ultimissimi anni dell’era sovietica.
«In Occidente è di moda raccontare che l’Urss cadde per sfinimento, ma non è così. Nel partecipatissimo referendum popolare svoltosi nel 1990, in cui si chiese ai cittadini se volevano farla finita con l’Urss, la risposta fu netta: gli elettori desideravano libertà e democrazia, questo sì, ma senza dover rinunciare alla cornice istituzionale dell’Unione Sovietica. Al che, l’anno seguente ci fu lo strano golpe d’agosto: e gli oligarchi del Pcus (che pure figuravano come nostalgici del comunismo) ottennero esattamente il risultato opposto, cioè la fine dell’Urss».
Scrive Alexander Shevyakin: «Le principali agenzie di intelligence mondiali, prima fra tutte quella britannica, dispongono di metodi collaudati: nello Stato contro cui lavorano fanno avanzare le figure che collaborano con loro e rimuovono quelle che vi si oppongono. L’episodio più noto è l’attentato a Lenin nel 1918. Se quel terrorismo degli inglesi fosse riuscito, alla guida della Russia sarebbe finito il loro uomo, Lev Trockij, agente del sionismo internazionale. Le loro vittime successive furono Feliks Dzeržinskij e Sergej Kirov».
Poi, spariti i “giganti”, restavano pedine considerate minori: come appunto Andropov e quindi Gorbaciov.
 
Il ruolo del finnico Kuusinen
 
«Quali forze potenti abbiano pianificato e realizzato queste mosse rimane un grande mistero», ammette Shevyakin, anche se in realtà un nome lui lo fa: quello del finlandese Otto Vilhelmovic Kuusinen.
Quell’uomo fu il padrino di Andropov, il suo mentore durante il comune lavoro in Carelia. «Kuusinen aveva frequentato l’Olimpo politico della Finlandia ed era amico di ricchi e influenti massoni».
Già deputato a Helsinki e poi capo del partito socialdemocratico finlandese, nel 1921 entrò nel Comintern, l’internazionale comunista, divenendone uno dei leader. Nel ’39, durante la guerra russo-finlandese, proprio Kuusinen si preparò a guidare il governo filo-sovietico: per questo fu biasimato da tutti gli occidentali, tranne che dagli inglesi. Dal 1941 fino alla sua morte, avvenuta nel 1964, lavorò come membro del Comitato Centrale del Pcus (e sotto Khrushev, divenne addirittura segretario dell’organismo direttivo sovietico, nel quale si occupava di questioni internazionali).
Nel 1957, l’anno in cui Kuusinen assunse un ruolo di leadership nel Comitato Centrale, Yurij Andropov passò direttamente dalla carica di ambasciatore in Ungheria a capo-dipartimento. Era sempre alle dipendenze del suo strano mentore scandinavo, apprezzato da Londra: nel Regno Unito, Kuusinen fu persino nominato cavaliere, con una disposizione emessa dalla regina. Gli stessi inglesi dovettero quindi guardare con altrettanta benevolenza al suo “allievo” e successore Andropov.
«Non sapremo mai cosa abbia spinto Leonid Brežnev, a capo dell’Urss dal 1964, a nominare presidente del Kgb proprio il figlioccio di Kuusinen: forse a raccomandare Andropov fu la sua posizione estremamente dura nella repressione della rivolta in Ungheria».
Per 15 lunghi anni Andropov rimase a capo degli 007 sovietici. Dal 1973 divenne anche membro del Politburo, massimo organo del potere centrale. Il super-spione apprezzato dai britannici e cresciuto sotto l’ala dell’anglofilo Kuusinen riuscì a influenzare Brežnev, ma non tutti i suoi colleghi. Diffidava di lui il primo ministro dell’Urss, Alexej Kosygin: lo scrisse Viktor Grishin, capo del partito a Mosca nell’era brežneviana.
Naturalmente, Andropov poteva anche contare su alleati di ferro. Tra questi, due ministri di primo piano: Andrej Gromyko (esteri) e Dmitrij Ustinov (difesa). «Quei tre formavano una cerchia quasi alternativa al potere di Brežnev: furono loro a persuadere Brežnev a introdurre le truppe sovietiche in Afghanistan nel 1979», in una campagna militare suicida che avrebbe segnato il vero inizio del declino dell’Urss.
L’anno prima, inoltre, Andropov aveva ottenuto di sottrarre il suo Kgb al controllo del Consiglio dei Ministri: sopra di lui restava solo il Comitato Centrale del partito. A quel punto, niente più poteva sbarrare la strada al capo dei servizi segreti. Se qualcuno osava frenarne l’ascesa, durava poco: proprio in quel periodo, infatti, si registrarono le prime morti eccellenti.
 
I primi morti: Grečko, Kulakov, Mašerov, Tsvigun e lo stesso premier Kosygin
 
Nel 1976 “si addormentarono e non si svegliarono più” il nuovo ministro della difesa Andrej Grečko, personalmente molto devoto a Brežnev, e un altro promettente membro del Politburo, Fëdor Kulakov, che tra l’altro aveva invitato Gorbaciov a lasciare Stavropol per trasferirsi a Mosca. Un anno dopo, il posto di Kulakov fu occupato proprio da Gorbaciov, che nel Comitato Centrale fu incaricato di occuparsi di agricoltura. Ma le morti di Grečko e Kulakov furono solo l’inizio di una lunghissima serie.
Il 4 ottobre 1980 morì in uno strano incidente stradale in aperta campagna Pëtr Mašerov, il leader della Bielorussia sovietica: capo partigiano ed eroe della Resistenza, era considerato uno dei possibili successori di Brežnev. Poco prima dell’incidente, Andropov gli aveva cambiato il responsabile della sicurezza, la cui scelta spettava al Kgb.
Due mesi dopo, in un “incidente” non meno strano (durante una discesa fluviale in kayak) morì Alexej Kosygin, il premier dell’Urss che non aveva mai digerito la figura di Andropov.
Un noto politico dell’era gorbacioviana, Anatolij Lukyanov, ebbe modo di frugare nell’archivio segreto del Comitato Centrale ed espresse pesanti dubbi sulla dinamica delle morti di Mašerov e Kosygin. Quanto a Kulakov, l’uomo che aveva chiamato Gorbaciov a Mosca, “si addormentò nel suo letto” – spiegò Lukyanov – solo dopo che un proiettile gli ebbe trapassato il cranio.
Il record dei funerali di Stato si registrò nel 1982. Già il 19 gennaio un colpo di pistola uccise il primo vice di Andropov, Semyon Tsvigun, cognato di Brežnev, inserito nel Kgb proprio per controllare l’infido capo dei servizi segreti. Tsvigun morì nel vialetto tra l’auto e la sua dacia, senza che ai familiari fosse permesso di vederne il cadavere prima del funerale. Ufficialmente: suicidio.
Un dirigente del ministero della salute, Chazov, scrisse subito: «Conoscevo bene Tsvigun e non avrei mai potuto pensare che questo uomo forte, volitivo, che aveva attraversato una grande scuola di vita, si sarebbe suicidato».
A giugno finì nel mirino lo stesso Viktor Grishin, leader moscovita del Pcus e anch’egli fedele a Brežnev: la sua auto andò a sbattere contro un pullman del Kgb messo di traverso per sbarrargli la strada. Pur ferito, Grishin sopravvisse all’attentato.
 
La fine di Suslov, poi quella di Brežnev
 
Se Andropov “doveva” conquistare il Cremlino (per conto dei suoi amici angloamericani?), non poteva arrivarci come semplice capo del Kgb: gli occorreva un incarico politico importante. «C’era solo una posizione adatta al suo piano, quella di segretario del Comitato Centrale, ma era occupata da Mikhail Suslov, noto per il suo stile di vita ascetico e la sua salute eccellente».
Ricoverato nell’ospedale dei potenti per una semplice visita di routine alla vigilia della partenza per le vacanze, il famoso ideologo del regime venne convinto ad assumere un farmaco. «Suslov non prendeva mai medicine: era diffidente, veniva dalla scuola staliniana». Quella volta invece cedette alle insistenze del dottore. Poche ore dopo morì: era il 25 gennaio 1982, appena una settimana dopo il finto suicidio di Tsvigun. Qualche giorno più tardi, il medico che gli aveva somministrato la pastiglia fatale fu trovato impiccato nel suo appartamento.
Quattro mesi dopo la morte di Suslov, Andropov prese il suo posto: segretario del Comitato Centrale. Al che, Brežnev tentò un paio di contromosse: a capo del Kgb, al posto del temibile Andropov, mise un fedelissimo, Vitalij Fedorciuk, direttore degli 007 in Ucraina. E poco dopo annunciò il nome del suo successore al Cremlino, anch’esso proveniente da Kiev (come del resto lo stesso Brežnev). «Tra un mese – disse il capo dell’Urss – su questa poltrona siederà Vladimir Ščerbickij». Era il leader dell’Ucraina sovietica.
Due grossi problemi, dunque, per i piani criminali di Andropov: eliminare anche Fedorciuk e Ščerbickij? Meglio ancora: perché non uccidere direttamente Brežnev?
Anche lui, il 10 novembre dell’82, “si addormentò e non si svegliò più” dopo aver incontrato per l’ultima volta Yurij Andropov. Il vecchio Leonid era malandato, ma non così tanto. Il 7 novembre aveva presenziato a una parata militare. E due giorni dopo, alla vigilia della morte, era persino andato a caccia nella tenuta di Zavidovo, a nord della capitale.
Il decesso? Un ictus improvviso. A Brežnev, che soffriva d’insonnia, il micidiale Andropov aveva forse rifilato l’ennesima pastiglia letale?
Il capo della sicurezza personale del supremo leader sovietico, Vladimir Medvedev, scrisse in un libro che lui e i suoi agenti tentarono di rianimare Brežnev con la respirazione artificiale. Ma nella dacia presidenziale non c’era neppure un medico. Strano: persino nei più piccoli trasferimenti, il leader dell’Urss era sempre scortato da un’auto con dottori e attrezzature sanitarie. Non solo: quando venne dato l’allarme, il medico del Cremlino (Chasov) non allertò l’équipe di rianimazione: sapeva già tutto in anticipo?
 
Gli uomini di Andropov: Ligaciov, Jakovlev e Gorbaciov
 
Il primo a presentarsi nella dacia di Brežnev dopo la sua morte fu proprio Andropov: scivolò nella stanza del morto, prelevò l’inseparabile valigetta del capo del Cremlino e sparì senza una parola, evitando persino di fare le condoglianze alla vedova.
Questo era lo stile del personaggio, che poco dopo sarebbe stato eletto con voto unanime al posto di Brežnev. Nel 1984 la rivista americana “Time” lo avrebbe eletto “uomo dell’anno”. E al suo funerale, a Mosca, sarebbero accorsi Bush junior e Margaret Thatcher. Lo stesso Putin, una volta diventato presidente, ordinò subito di installare una targa commemorativa di Andropov sul palazzo dell’Fsb, erede dello storico servizio segreto sovietico.
Secondo vari analisti russi contemporanei, tra cui gli stessi Alexander Shevyakin e Leonid Sumarokov, il quasi-moribondo Andropov (ormai costretto a vivere in ospedale, collegato al macchinario per la dialisi) portò a termine il suo vero mandato lanciando nell’empireo sovietico tre suoi fedelissimi – Egor Ligaciov, Alexander Jakovlev e Mikhail Gorbaciov – segretamente incaricati di smantellare l’Urss. Sistemati nei posti-chiave, iniziarono subito a rimuovere funzionari e a piazzare le loro pedine.
«Nessuno ha recato tanti danni al partito quanto Ligaciov», ha scritto nelle sue memorie un osservatore come Viktor Grisen. «Responsabile proprio dei quadri, Ligaciov licenziava i membri del partito e ne assumeva altri, non soltanto iscritti al partito. Sparirono uomini affidabili e comparvero ex direttori di fabbriche, costruttori e scienziati non adatti alla politica».
Tutto era partito da Andropov. Nel libro “L’enigma Gorbaciov”, Jegormic Gachov scrive che il vecchio capo del Kgb sosteneva che il socialismo sovietico necessitasse di cambiamenti profondi. «Quanto profondi ce l’ha poi mostrato chiaramente Gorbaciov, che pure all’inizio della sua carriera politica non faceva che chiedere “più socialismo”. Com’è andata a finire lo sappiamo tutti».
Prima ancora di Gorby, il principale cavallo di razza della scuderia di Andropov era stato il “liberal” Alexander Jakovlev, laureatosi negli Usa alla Columbia University. Andropov lo fece tornare a Mosca dall’esilio dorato dell’ambasciata canadese, dove era stato confinato un decennio prima, all’inizio degli anni ’70, per le sue dichiarazioni anti-russe. A Jakovlev, caro agli inglesi, venne data la guida della prestigiosa Accademia delle Scienze.
«Dall’istituto, Jakovlev saltò da una carica all’altra alla velocità di una cometa: divenne capo del Dipartimento per la Propaganda del Comitato Centrale, segretario del Comitato stesso e infine membro della cabina di regia della Perestrojka, la “riforma sistemica” varata dal più importante allievo di Andropov: lui, Mikhail Gorbaciov».
 
Avvelenato Černenko, ucciso anche Ustinov
 
Le promozioni-lampo che lanciarono Ligaciov e Gorbaciov al vertice del potere sovietico vennero decise in un solo giorno, mentre il decrepito Černenko (succeduto ad Andropov) era in vacanza.
Temendo che potesse essere d’ingombro per i piani dei filo-occidentali, Andropov aveva tentato di eliminare anche Černenko con largo anticipo, facendogli servire una carpa avvelenata. L’anziano dirigente sovietico sopravvisse all’attentato, restandone però minato nel fisico. Una volta asceso al Cremlino, fu inviato “a riprendersi” a Kislovodsk, in mezzo alle montagne. «Per un malato grave, sofferente di enfisema polmonare, era peggio dell’avvelenamento. E infatti fu caricato su un aereo e riportato d’urgenza a Mosca. Non riuscì più a riprendere il lavoro e quattro mesi dopo si spense: era il 10 marzo 1985».
Prima di aggravarsi, Černenko aveva comunque pensato alla possibile successione. Il primo possibile delfino, il giovane e promettente Grigorij Romanov, di Leningrado, era stato prontamente screditato dal Kgb per la sua partecipazione ai programmi di “Radio Liberty”. Gli 007 avevano pure inventato leggende sul suo conto, come la partecipazione a feste sfarzose (in realtà, mai avvenute).
L’altro concorrente di cui i “riformatori” si liberarono fu l’ingombrante Dmitrij Ustinov, già ministro della difesa e un tempo alleato di Andropov: «Nessuno seppe mai di cosa morì, esattamente», sottolinea Dmitrij Koreshkov, che spiega che una vera e propria “strage di potenziali competitori” fu organizzata sempre dal Kgb alla fine del 1984 in Cecoslovacchia, dove si svolsero imponenti manovre delle truppe del Patto di Varsavia con la partecipazione dei ministri della difesa.
«Al ritorno dalle manovre, uno dopo l’altro, a pochi giorni di distanza morirono i capi dei dipartimenti militari della Repubblica Democratica Tedesca, dell’Ungheria, della Cecoslovacchia e dell’Urss. Poteva sembrare una sfortunata coincidenza, anche perché alcuni di loro erano anziani (tra questi, lo stesso Ustinov). Ma in realtà, di quei ministri, due su quattro avevano appena 53 e 55 anni».
Assolutamente anomala, dopo la morte di Černenko, anche l’elezione fulminea di Gorbaciov. Tanto per cominciare, Vladimir Ščerbickij (l’uomo che Brežnev avrebbe voluto al Cremlino) fu trattenuto a forza negli Usa, dove si trovava: gli venne materialmente impedito di rientrare a Mosca per partecipare all’elezione del nuovo capo dell’Urss.
A pilotare gli eventi erano uomini come Ligaciov e Jakovlev, insieme al figlio di Gromyko. Con loro anche l’influente economista anglofilo Evgenij Primakov, altro cavallo di Troia dell’Occidente, non a caso poi destinato a diventare premier sotto l’imbarazzante regno di Boris Eltsin.
Ebbene: anche il post-Černenko fu deciso in modo sbrigativamente sospetto. Dopo una inconcludente riunione-fiume durante la notte, all’indomani il Politburo tornò a riunirsi a sorpresa, la mattina presto. Assenti tutti gli oppositori, Gorbaciov – su proposta del prestigioso Andrej Gromyko, ministro degli esteri – fu eletto dai non moltissimi presenti. Quasi un golpe bianco, insomma, per insediare al Cremlino l’uomo della Glasnost e della Perestrojka, ben presto idolatrato in Occidente come apostolo mondiale della pace. In effetti Gorbaciov ritirò l’Urss dall’Est Europa, tra gli applausi dell’establishment occidentale: che però non rispettò i patti e si apprestò ad azzannare quel che restava dell’impero sovietico messo in liquidazione.
Il giudizio sull’ultimo capo dell’Urss è notoriamente controverso: fu tradito dal potere imperiale Nato o era invece segretamente complice dell’Occidente, visto che a proiettarlo verso il Cremlino era stato il super-traditore Andropov?
Per il patriottismo russo, in realtà, l’inizio della fine coincide proprio con l’elezione di Gorby nel 1985. 
«In quella occasione fu firmata la condanna a morte per l’Unione Sovietica e per il partito che aveva sollevato il paese dalle cenere, lo aveva reso una grande potenza, aveva sconfitto Hitler e salvato la Russia», commenta amaramente Dmitrij Koreshkov.
«Mi domando se anche oggi non si ripeta spesso il medesimo copione: ci propongono dei personaggi inguardabili, che poi vengono sostituiti da qualcuno che finalmente promette mari e monti».
Così la gente spera in un lusinghiero cambiamento: pensa che sia davvero arrivato il difensore degli interessi del popolo. «Succede ogni volta. Ed è proprio così, con l’inganno, che l’Urss fu consegnata ai poteri che l’avrebbero derubata e distrutta».
 

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