IL VERO ARTISTA È ARTIGIANO E SA FAR RISUONARE IL CIELO

Nobile arte o semplice artigianato? Forse, le differenze si assottigliano: se l’artista puro ricerca l’espressione estetica e concettuale, mentre l’artigiano si concentra sulla produzione pratica di oggetti funzionali, entrambi condividono comunque determinati aspetti piuttosto essenziali, dalla maestria tecnica all’elevato grado di capacità inventiva.
Gli assoluti poi slittano ulteriormente in uno strano limbo, se si considerano le ultime latitudini esplorate dall’arte contemporanea: si può arrivare alla famosa banana incollata al muro da Maurizio Cattelan, “opera” che sembra discendere direttamente dalla celeberrima “merda d’artista” provocatoriamente inscatolata da Piero Manzoni nel 1961. Il pittore milanese la propose giusto per dileggiare la sussiegosa reverenza già allora imperante verso l’ego sconfinato di certi presunti “maestri”. In effetti, come ebbe a dire Leo Longanesi, «l’arte è un appello al quale troppi rispondono senza essere chiamati».
La polemica si può anche arroventare: tanta non-arte di oggi, realizzata in modo seriale e senza sentimento, eppure promossa in modo autoritario da finanziatori, critici e galleristi di grido, non fa che riprodurre tristemente il modello consumistico industriale, sostanzialmente celebrando la reificazione universale dell’esistenza: niente è irripetibile, ogni oggetto non è altro che merce intercambiabile. E questa sarebbe arte?
Sulla produzione artistica odierna spara a zero un intellettuale come Maurizio Pallante, teorico della “decrescita felice”: considera l’arte contemporanea una forma deteriore di educazione al brutto; laddove il bello è anche giusto (non c’è etica, dove non c’è estetica), esaltare il brutto – magari solo perché lo stile è inedito, originale – non fa che spalancare le porte all’ingiustizia sociale, all’abuso, persino all’anticamera dell’orrore.
Riecheggiando forse lo stesso Céline, convalidava il medesimo concetto anche l’eretico Guido Ceronetti, di cui Pallante era grande amico. Letterato coltissimo, raffinato traduttore, scrittore e poeta: difficile esaurire in un’etichetta il vasto umanesimo di Ceronetti, intimamente legato alla suggestione zoroastriana, gnostica e catara, dunque ultra-diffidente nei confronti della realtà fenomenica, ritenuta difettosa perché guastata in partenza dall’incidente cosmico originario generato dalla Tenebra.
La nostra precaria e bellicosa post-modernità plastificata, elettronica e assordante? Tanta sedicente arte finisce per riprodurla, in una mimesi (volutamente cacofonica) che sembra quasi creata appositamente per generare malessere, emettendo frequenze dissonanti.
Tutto sta a non perdere di vista proprio l’emissione di quella trama invisibile, energetica: la matrice dell’universo notissima ai pre-cristiani, poi occultata per motivi religiosi e infine riaffiorata nel Rinascimento proprio in polemica con l’oscurantista Chiesa di Roma.
In certi secoli, la verità “sottile” era affidata all’inarrivabile sapienza dei maestri massoni, costruttori di cattedrali: le loro erano vere e proprie “opere musicali scolpite nella pietra”.
Si deve a un eretico come Celestino V la romanica Basilica di Collemaggio, all’Aquila, a cui il simbologo Michele Proclamato si è ispirato per afferrare quella che chiama “legge dell’Ottava”, ovvero la metrica infallibile che registra la perfetta corrispondenza tra influssi celesti ed energie terrestri. Collemaggio, dunque: ecco un classico esempio di arte pura, potentemente benefica, in grado di elevare “magicamente” le frequenze vibrazionali di chi vi si trova di fronte.
Tutte cose notissime ai classici, sottolinea un altro studioso italiano, Riccardo Magnani, autore di libri preziosi sul vero sapere rinascimentale, in realtà mutuato dalla civiltà greco-romana, a sua volta condizionata dall’Egitto e dall’Oriente.
Opportunamente, Magnani sottolinea l’importanza che un intellettuale tardo-romano come Severino Boezio conferiva alle principali “arti liberali”, quelle del Quadrivio: aritmetica, geometria, astronomia e musica. Precisamente, le discipline che consentivano ai grandi maestri di realizzare capolavori immortali, incluse le stesse cattedrali.
Sempre nel medioevo, le cosiddette “arti” minori, quelle del Trivio (grammatica, retorica e dialettica), fotografano invece uno scarto deteriore, un allontanamento dalla “matematica della realtà” per scendere nella zona grigia della speculazione, dove si può impunemente sostenere qualsiasi sciocchezza.
Insiste Magnani: lo stesso discorso vale per il temperamento equabile che storicamente, all’epoca di Galileo, mutò la collocazione tradizionale delle note, separando per sempre la nostra musica da quella che Boezio chiamava “musica mundana”, vale a dire l’impalpabile “concerto” (percepito però dal nostro organismo) prodotto dall’incessante moto orbitale dei corpi celesti. Un fenomeno descritto con parole mirabili da pensatori come Eraclito e Cicerone.
Quando Leonardo arrivò a Milano – molto prima di quanto si pensi, assicura Magnani – venne presentato innanzitutto come impareggiabile musicista. E la sua lira, che incantava gli Sforza, emetteva anche suoni striduli o gravi: proprio l’alternanza di emissioni sgradevoli e amabilissime trame melodiche intendeva riprodurre fedelmente la “musica del cielo”, poi scartata dai posteri proprio perché non così adatta al nostro orecchio.
In origine, ribadisce lo stesso Magnani, l’unica e vera arte era proprio quella: consisteva nella virtuosissima, sublime imitazione della natura. Solo così si spiega l’immortalità di capolavori come l’Uomo di Vitruvio, terrestre e cosmico, non a caso esplicitamente correlato con la sapienza antica del magistrale autore del “De Architectura”.
Ecco perché suona addirittura ridicolo, chiosa Magnani, tentare di contrapporre l’artista all’artigiano. Eppure, lo ha appena fatto un tuttologo dei nostri giorni come Igor Sibaldi, bocciando nientemeno che Renato Guttuso: secondo lui sarebbe artigianale, non artistico, il suo riprodurre gli operai così come sono.
Artista di razza, il grande Guttuso era molto apprezzato dal pittore più famoso del Novecento, Pablo Picasso, di cui era amicissimo. «L’arte scuote dall’anima la polvere accumulata nella vita di tutti i giorni», disse l’autore di “Guernica”: un’opera mastodontica, epocale, ancora oggi commovente e conturbante nel suo impietoso fotografare la carneficina, la devastazione del primo bombardamento terroristico della storia.
L’abominio della guerra: tutto lo strazio dell’umanità in un urlo, sublimato sulla tela. «L’arte è fatta per disturbare», assicurò un altro gigante del secolo scorso, Salvador Dalí.
Tutta l’arte è artigianato, sostiene qualcuno, ma non tutto l’artigianato è necessariamente arte. Sul tema, si sprecano le frasi fatte. Una di queste è addirittura attribuita (erroneamente) a Francesco d’Assisi: «Un uomo che lavora con le mani è un operaio; un uomo che lavora con le mani e il cervello è un artigiano; un uomo che lavora con le mani, il cervello e il cuore è un artista».
Si può anche sorridere, di queste semplificazioni. Esiste forse qualche vero artista che non sia anche artigiano? O qualche bravo artigiano che lavori senza testa né cuore?
Il terreno resta comunque scivoloso: un conto è criticare certi eccessi speculativi, l’inspiegabile glamour attorno a tante kermesse e il consenso “di regime” prontamente tributato ad autori imbarazzanti, e un altro è bocciare in blocco le possibilità espressive dell’intera arte contemporanea, inclusi gli sforzi di tanti giovani autori.
«Spesso le persone fanno arte, ma non se ne accorgono», pensava l’emozionante Vincent van Gogh, tra i suoi cieli incendiati di stelle. Secondo un suo illustre collega, Chagall, l’arte è «lo sforzo incessante di competere con la bellezza dei fiori, senza riuscirci mai».
Spontaneità, bellezza. E sincerità assoluta, per dirla con Picasso: «L’arte è una menzogna che ci consente di riconoscere la verità».
Per il romanziere Alessandro Baricco, pure devoto ai classici (memorabile la sua riduzione dell’Iliade), l’atto rivoluzionario che distingue i contemporanei dai predecessori è lo slancio verso l’assoluto, manifestatosi grazie al sentimento del romanticismo. Ed ecco allora la sapienza del principe dei romantici italiani, Ugo Foscolo: «L’arte non consiste nel rappresentare cose nuove, bensì nel rappresentarle con novità».
Non si tratta di silenziare l’eterna “musica del cielo”, il compendio vibrazionale cosmico ben noto agli antichi. Semmai, quel “concerto” va richiamato con parole sempre nuove, capaci ogni volta di stupire: non perché frutto di mero virtuosismo, ma in quanto efficaci nel far risuonare ancora una volta, in noi, quell’ancestrale armonia che misteriosamente sappiamo riconoscere all’istante.

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