Se non fosse tutto vero, potrebbe sembrare una specie di scherzo. Un film comico: il solito dottor Stranamore, ovviamente impazzito, alle prese con l’assillo di tutta la vita. Ovvero: trovare il modo di demolire la Russia, il cui torto insopportabile è rappresentato dalla sua stessa, misteriosa sopravvivenza.
Fin dalle sue lontane origini, l’aurorale Rus’ dell’allora capitale Kiev dovette vedersela con nemici insidiosissimi, provenienti dalle steppe orientali: prima i predoni kazari, che all’epoca di Carlomagno si sarebbero convertiti in massa all’ebraismo, e poi l’inarrestabile Orda d’Oro di Gengis Khan, i terribili cavalieri mongoli che sarebbero arrivati fino a Cracovia.
La Santa Madre Russia, chiamata anche Terza Roma per celebrarne pomposamente la presunta funzione spirituale e imperiale, non ha mai avuto un attimo di pace. È stata sistematicamente assediata, per lo più da occidente: svedesi e polacchi, finlandesi, francesi napoleonici, nazifascisti tedeschi e italiani con al seguito rumeni e ungheresi. Tutti insieme appassionatamente, accomunati dal medesimo sport: aggredire la Russia.
Alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, l’Unione Sovietica fu attaccata dal Giappone attraverso la Manciuria cinese: a fermare l’invasione, avviata in Mongolia per poi penetrare nell’Urss, furono le armate siberiane al comando del futuro maresciallo Zhukov, l’uomo che sarebbe arrivato a far sventolare sul Reichstag la bandiera rossa con falce e martello.
Mai un giorno di pace, per l’immenso paese multinazionale che per comodità chiamiamo Russia, esteso dal Caucaso allo Stretto di Bering, dalla Carelia lappone alle steppe del Caspio, dagli Urali al più vasto giacimento di risorse naturali del pianeta: la Siberia.
Già alla corte di Pietroburgo, lungo le “notti bianche” sulla Neva, l’aristocrazia zarista (affollata di polacchi e tedeschi) si esprimeva in francese e stentava a parlare il russo. La sfarzosa capitale quasi artica, creata da Pietro il Grande? Progettata per rivaleggiare con Londra e Parigi, dunque per replicare in terra slava quello stesso modello.
Rare le eccezioni, di fronte al trend coloniale europeo. Gli occidentali chiamarono “il Terribile” lo zar Ivan IV, tra i pochissimi a non lasciarsi condizionare dagli stranieri. Ben diverso il caso di Caterina la Grande, nata in Polonia dalla famiglia tedesca Anhalt-Zerbst: la famosa zarina settecentesca riuscì ad alleviare solo in parte le sofferenze dei contadini, improvvisamente precipitati nella servitù della gleba introdotta nel 1600 dal tirannico Boris Godunov. Tramite vari intrighi di palazzo, probabilmente con lo zampino dei soliti emissari stranieri, Godunov era salito al potere solo dopo la misteriosa morte del legittimo erede al trono, lo “zarevič” Dmitrij Ivanovič, figlio di Ivan il Terribile.
L’invisibile mano occidentale avrebbe costantemente ingerito negli affari russi: prima condizionando gli zar, poi mettendo in piedi l’Ottobre (in cui primeggiarono gli ebrei sovietizzati, di cultura cosmopolita) e infine colonizzando brutalmente la Russia post-sovietica.
Storici moscoviti contemporanei – Alexander Shevyakin, Leonid Sumarokov – aiutano a rileggere in modo non usuale gli eventi del secondo ‘900: dipingono l’arcigno Andropov, leggendario capo del Kgb, come un formidabile e sottilissimo traditore, capace di agire nell’ombra per eliminare fisicamente i principali patrioti (Kosygin, Suslov, Brežnev, Černenko) e preparare il terreno per l’ascesa del gruppo gorbacioviano che avrebbe causato la fine dell’Urss, esponendo il paese all’espansionismo della Nato e all’avvento predatorio degli oligarchi.
Lo stesso Putin viene dalla stagione di Eltsin: arrivò al Cremlino attraverso strane promozioni-lampo, benedette dal potentissimo network ebraico ultra-ortodosso e messianista Chabad Lubavitch, al quale è molto vicino anche Donald Trump. Si tratta di un network mondiale i cui leader discendono da famiglie radicatissime in Russia dai tempi del Pale of Settlement, il territorio tra Ucraina e Russia meridionale nel quale gli zar avevano confinato gli ebrei: alla fine dell’800, nell’impero di Mosca viveva l’80% dell’intera popolazione ebraica mondiale.
A proposito: sul web, qualche anno fa, c’è chi fece notare che proprio dalla “zona di residenza” attorno al Mar Nero venivano gli antenati (ucraini, tutti di origine ebraica) di moltissimi esponenti dell’amministrazione Biden, a cominciare dal segretario di Stato, il non indimenticabile Antony Blinken.
Da un milieu contiguo, mitteleuropeo, proveniva il polacco Zbigniew Brzezinski, già consigliere per la sicurezza nazionale sotto la presidenza Carter, immortalato in una storica immagine in cui, in Afghanistan, consegna armi all’allora giovane Osama Bin Laden, reclutato dalla Cia in funzione anti-sovietica.
Nel 1997, attraverso le pagine del suo avvincente saggio “La grande scacchiera”, Brzezinski spiegò che, per abbattere la sovranità russa, sarebbe stato necessario conquistare l’Ucraina e usare Kiev come ariete contro Mosca. Detto fatto: in avanscoperta fu inviato il Fondo Monetario Internazionale, che propose “riforme strutturali” a garanzia del maxi-prestito destinato agli ucraini. Il presidente, Viktor Janukovyč (che voleva avvicinarsi a Bruxelles, ma senza rompere con la Federazione Russa) fu costretto a rifiutare: accettare quelle clausole, spiegò, avrebbe comportato la fine del già povero welfare ucraino. Si sarebbe aperta una rovinosa crisi sociale, che avrebbe fatto fuggire i giovani e ridotto alla fame i pensionati.
Al che, sotto l’amministrazione Obama (notoriamente un pupillo di Brzezinski), Janukovyč fu rimosso con il sanguinoso golpe del 2014 coordinato dall’ambasciata Usa di Kiev. In cabina di regia si fece notare Victoria Nuland (vero nome, Nuderland), moglie del neocon Robert Kagan. Entrambi discendenti, anch’essi, da ebrei ucraini vissuti nel famoso Pale of Settlement zarista.
In pochi anni, il governo golpista di Petro Poroshenko – affiancato da temibili miliziani e battaglioni dichiaratamente neonazisti – avrebbe causato la morte di qualcosa come 20.000 abitanti del Donbass, “colpevoli” di essere russi o russofoni, e la fuga nella Federazione Russa di mezzo milione di profughi.
Nonostante questo, il Cremlino riuscì a siglare gli accordi di Minsk, che prevedevano il cessate il fuoco e la smilitarizzazione del Donbass. Con la garanzia di Francia e Germania, quegli accordi vennero firmati dallo stesso Zelensky, che – sia pure mettendo fuorilegge l’opposizione e chiudendo i media non amici – aveva vinto le elezioni promettendo la fine delle ostilità contro l’Est dell’Ucraina. E invece, già l’indomani, qualcuno convinse Zelensky a ignorare gli impegni solennemente assunti a Minsk. Del resto, quel negoziato – come ammise in seguito la stessa Angela Merkel – era stato concepito solo per prendere tempo, dando modo a Kiev di armarsi.
Di fronte all’ultimo atto, che a quel punto pareva quasi inevitabile – l’invasione militare russa del Donbass – il mainstream occidentale intonò in coro una sua particolare canzoncina: “C’è un aggredito e un aggressore” (dove l’aggressore era la Russia, tanto per cambiare).
Di nuovo: se non fosse tutto maledettamente drammatico, sembrerebbe una commedia paradossale dall’effetto comico. Può risultare addirittura esilarante l’ossessivo ostracismo anti-russo al quale si è abbandonato quello che è oggettivamente il vero molestatore seriale di respiro strategico, cioè l’impero atlantico. Piange, l’eterno invasore occidentale, accusando la Russia di coltivare ambizioni imperiali. Da che pulpito, verrebbe da dire…
A dare le pagelle di buona cittadinanza è infatti l’entità ultra-coloniale che ha costantemente terremotato il pianeta, scatenando una guerra dopo l’altra e quasi sempre in modo subdolo, cioè inventando casus belli mediante operazioni “false flag”, sotto falsa bandiera.
L’ultima invenzione è di oggi, e investe il povero Venezuela assediato dalle portaerei: il presidente Maduro è accusato di essere il capo di un cartello della droga. Peccato si tratti di un clan inventato di sana pianta dalla Cia: nella realtà, il “Cartello dei Soli” non esiste. Corollario: gli Usa sarebbero quindi uno sceriffo con giurisdizione universale? Sta a loro decidere chi governerà il Venezuela? Non a caso ha appena ottenuto il Nobel per la Pace la signora María Corina Machado, appositamente allevata negli Stati Uniti dal rinomato National Endowment for Democracy, vera e propria fabbrica di “democrazia imperiale da esportazione”.
La Machado ha immediatamente chiarito che, ove fosse messa a capo del suo paese, ne svenderebbe subito le immense ricchezze al grande capitale statunitense. E si tratta di numeri davvero ingenti, visto che il Venezuela (che è lo Stato con il Pil maggiormente in crescita, in tutta l’America Latina, nonostante l’embargo statunitense) è diventato il primo produttore di petrolio al mondo. Si calcola che il greggio di Caracas valga una cifra da capogiro: mille miliardi di dollari all’anno. Un analista internazionale del calibro di Jeffrey Sachs non ha dubbi: è proprio il petrolio venezuelano a far gola a Washington. Altro che narcos: è per il greggio, che si costruiscono leadership alternative come quella della Machado.
Persino in Russia, contro Putin, i soliti sperimentatori americani avevano tentato di creare una candidatura “democratica”: quella di Aleksej Naval’nyj, attivista implacabilmente osteggiato dal governo russo, arrestato e poi tragicamente morto in carcere nel 2024 (secondo i suoi sostenitori, deceduto a causa di un avvelenamento ordinato da Putin in persona). Messosi in luce come blogger anti-governativo, in realtà Naval’nyj era noto solo a pochissimi russi, più che altro per via dei suoi esordi giovanili: si era distinto come militante neonazista, al pari di tanti odierni sostenitori ucraini di Zelensky.
Possono fare tenerezza, le foto-amarcord di Putin con Berlusconi, in prossimità dello storico meeting di Pratica di Mare, in cui la Federazione Russa sembrava destinata a integrare le sue forze armate nell’orizzonte Nato.
La rottura avvenne nel 2008, quando Putin avvertì che non si sarebbe più lasciato mettere i piedi in testa. Immediato il contraccolpo nel Caucaso: il georgiano Saakashvili, sostenuto da Bush junior, dopo la brusca svolta anti-russa di Tbilisi represse nel sangue la rivolta dell’Ossezia del Sud, regione russofona e fedele a Mosca.
Di fronte al massacro dei civili bombardati, i russi non rimasero a guardare. Per la prima volta, Putin mosse i suoi carri armati al di fuori della Federazione: penetrando attraverso le Gole del Kodori, i tank russi schiantarono i georgiani e i loro sponsor statunitensi, proteggendo la secessione degli ossetini. Proprio quell’atto di forza fu l’inizio della fine, per la relativa tranquillità del Cremlino.
Se c’è un rimprovero che si può muovere a Putin – dice oggi un osservatore indipendente come l’imprenditore russo Dmitry Koreshkov, che vive in Italia – è quello di non aver approfittato del vento in poppa, anni fa, per irrobustire l’autonomia industriale del paese usando i grandi proventi dell’export energetico, gas e petrolio.
Proprio la leva dell’energia, che ha permesso alla Russia di non soccombere di fronte all’inesauribile aggressività geopolitica del competitore occidentale, è ora nel mirino degli oligarchi europei che tentano in ogni modo di ostacolare Trump nel suo sforzo di pace (che mira a rassicurare Mosca riavvicinandola agli Usa, anche nella speranza di allonatarla dalla Cina).
La spettrale Ursula ha appena annunciato l’imminente fine degli approvvigionamenti europei di gas russo. Finora, la riduzione delle forniture di energia a basso costo ha comportato una sorta di harakiri, per un’Europa ormai ridotta ai minimi termini: flagellata dall’austerity, duramente colpita dai dazi trumpiani e inoltre spinta ad effettuare mega-acquisti di armamenti statunitensi.
La commedia in corso (che diventa tragedia, sul campo di battaglia) suggerisce al nostro mainstream di continuare a raccontare la storiella dell’aggredito e dell’aggressore, fingendo di non sapere che il blocco atlantico, che supporta l’Ucraina, vanta il record mondiale di bellicismo truccato da pacifismo democratico.
È infatti il blocco che ha esordito sulla scena mondiale auto-affondando la corazzata Maine a Cuba per sfrattare la Spagna dal continente americano. Poi ha fatto colare a picco il Lusitania per entrare nella Prima Guerra Mondiale e, poco dopo, ha fatto il suo ingresso nella Seconda dopo aver finto di non prevedere l’attacco nipponico a Pearl Harbor.
Durante la guerra fredda, il blocco della “democrazia imperiale” (infiltrato dall’élite oscura che avrebbe assassinato i Kennedy e Martin Luther King) ha inventato l’incidente del Tonchino per poter attaccare il Vietnam. In seguito ha tradito le promesse fatte ai russi, spostando la Nato sempre più a est. All’alba del nuovo millennio, poi, quella cupola è arrivata persino a concepire lo spaventoso auto-attentato dell’11 Settembre, per poter invadere l’Afghanistan e l’Iraq.
Si tratta di un potere egemone, imperiale, che ha concorso alla morte di grandi leader africani, da Patrice Lumumba a Thomas Sankara. Ha supportato l’eliminazione di Gheddafi in Libia e la detronizzazione di Assad in Siria, per cancellare i regimi arabi laici e nemici di Israele. Infine, sempre la stessa entità che si avvale della superpotenza atlantica ha ora avallato e sostenuto Netanyahu e il mostruoso sterminio dei palestinesi di Gaza.
Il vero problema, però, per il nostro mainstream, si chiama Vladimir Putin. Impossibile legittimare il votatissimo signore di Mosca, forte dell’oceanico consenso dei connazionali, presentato come il padrone assoluto del suo gelido e incomprensibile impero. Si tratta in realtà di una terra che – da qualcosa come mille anni – ha il torto imperdonabile di resistere a qualsiasi aggressione sia costretta a subire.
Buoni e cattivi, verità e mistificazione: il tema è controverso, nonché vasto come il planisfero terrestre. Secondo vari analisti, è uno scontro naturalmente inevitabile quello che oppone le talassocrazie occidentali ai detentori orientali dell’Heartland eurasiatico. Tanti storici, per lo più di formazione marxista, nei decenni del boom economico hanno puntato il dito contro l’imperialismo Usa presentandolo come fisiologicamente derivato da un modello economico fatalmente colonialista, sempre in cerca di nuovi mercati.
Oggi, certi discorsi sembrano tramontati. I sinceri paladini della democrazia hanno di che dolersi della situazione presente, dominata dal caotico sgomitare di post-democrazie finanziarie sovragestite da oligarchie apolidi, a loro volta fronteggiate da “democrature” bonapartistiche e da vere e proprie dittature. E nel mezzo fioriscono affari di ogni genere, condotti in modo trasversale da nemici apparenti e partner insospettabili.
Oltre la ruvida dialettica multipolare (sostanziale o meno) tra gli Usa e i Brics, gli analisti più raffinati leggono sottotraccia l’eterno confronto tra irriducibili identità imperiali – gli Stati Uniti, la Russia, la Turchia, l’Iran – e i colossi socio-economici che già ingombrano l’orizzonte mondiale, India e Cina in primis.
I cittadini dell’Europa occidentale, protetti per settant’anni dalla pax americana (il consenso fondato sul benessere, da opporre al rigore sovietico), oggi stentano a capacitarsi della febbre guerrafondaia delle loro traballanti élite di governo. A ringhiare sono semplici maggiordomi: i vari Macron, Merz e Starmer, meri terminali del grande potere finanziario, non godono più della fiducia dei loro popoli.
Il fatto che minaccino la Russia, poi, non è nemmeno una vera notizia: da tanti secoli, l’élite occidentale punta a emarginare Mosca, a prescindere dal suo sistema di governo (lo zarismo, il comunismo dell’Urss, la Russia post-sovietica). Come se quella terra custodisse un indecifrabile arcano noto solo a pochissimi, al di là delle questioni più ordinarie e convenzionali, come quelle che dividono le tendenze democratiche dai classici modelli autoritari.
Oggi il mondo è ampiamente globalizzato, così come lo sono le reti egemoniche (visibili e non) che ne orientano la governance. A maggior ragione, restano senza risposta certe domande: perché privare l’Europa della sua costitutiva, essenziale componente slava? E in definitiva: perché assediare proprio la Russia, ancora e sempre?