«Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non ero vissuto».
Le toccanti parole dello statunitense Henry David Thoreau possono forse risuonare nei cuori, ma non certo nei tribunali. Quello minorile dell’Aquila ha appena strappato tre bambini piccoli al loro bosco appenninico, costringendoli a trasferirsi (se non altro con la madre, Catherine Birmingham) in una struttura protetta sul litorale adriatico.
Il padre, Nathan Trevallion, è invece libero di restare – solo e addolorato – nel casolare sulle alture di Palmoli, in provincia di Chieti. L’edificio era stato adottato come selvatica abitazione dalla coppia, lei australiana e lui inglese, con la loro prole: una bambina di otto anni e due gemelli di sei.
Erano finiti nel mirino delle autorità nel 2024, a causa di un’intossicazione da funghi che li aveva costretti a rivolgersi all’ospedale. Di lì la scoperta: la scomoda vita nel bosco, senz’acqua corrente né elettricità, e i bambini tenuti lontani dalla scuola (in Italia l’istruzione è obbligatoria fino ai 16 anni).
Forzarli a tornare nella “civiltà”? Contro questa ipotesi si sono prontamente battuti oltre 30.000 italiani, con una raccolta di firme su “Change.org” per reclamare il diritto a una vita libera e alternativa, a diretto contatto con l’ambiente.
Tra i commenti a corredo della petizione, c’è chi ha rivendicato la possibilità di «educare i figli con amore, empatia e rispetto per la natura». Per molti sostenitori, quella coppia resta un esempio positivo: «La loro scelta di vita dovrebbe essere rispettata, non punita. Stanno solo chiedendo di vivere serenamente: lasciateli in pace, i loro bambini sono più centrati degli altri bimbi, ormai lobotomizzati».
Sullo sfondo, la questione più delicata: il libero arbitrio, la facoltà di scegliere. «Spero realmente che il nostro paese non abbia perso completamente la propria libertà», si legge ancora tra i commenti, «né il rispetto verso le persone che preferiscono fare scelte diverse da quelle imposte da un sistema eccessivamente corrotto».
Ma niente da fare: il Tribunale per i minorenni dell’Aquila ha emesso un provvedimento (impugnabile entro dieci giorni) che sospende la genitorialità in via esecutiva. Lo ha spiegato a “Repubblica” l’avvocato della coppia, Giovanni Angelucci: «I giudici hanno messo in discussione sia lo stato di salute dei piccoli sia il loro livello di istruzione, perché non frequentano la scuola».
Per chi sceglie l’istruzione parentale per i propri figli, ricorda Flavia Cappadocia sempre su “Repubblica”, è previsto l’obbligo di sottoporre i minori a un esame di idoneità alla fine di ogni anno scolastico.
«Catherine e Nathan hanno spiegato di aver scelto una particolare forma di homeschooling, l’unschooling, in cui i bimbi imparano quello che vogliono grazie a esperienze quotidiane, senza un reale piano di studio. L’approccio, nato negli anni ’70 negli Usa, ha alla base un rifiuto totale dell’apprendimento scolastico classico, in favore di un modello incentrato sulle emozioni».
Homeschooling e unschooling? «È giusto non considerarli due metodi troppo distanti tra loro», sostiene Annalisa Vincenzi, esponente di Laif (Associazione istruzione in famiglia). In fondo, dice, si passa continuamente dalla “scuola in casa” alla “non-scuola”: «Mettiamo semplicemente il bambino al centro del processo educativo, cercando di sviluppare le sue passioni, i suoi interessi».
Con Catherine e Nathan, la Vincenzi ha parlato al telefono: «La loro è una scelta molto radicale, ma ci tengo a dire che non hanno alcun rifiuto del mondo o della socialità. E anche se alle nostre latitudini non è usuale avere il bagno fuori casa, non penso che questo possa danneggiare il benessere di un bambino».
Per la coppia, riassume “Repubblica”, la nostra società è come se fosse avvelenata. Da qui la scelta di una vita lontana dalla tecnologia, a contatto diretto con la natura. E intanto, sottolinea l’avvocato Angelucci, in quei bambini cresciuti nel bosco «non c’è nessuna violenza, né quel disagio o quelle devianze che caratterizzano certi nuclei familiari».
Intervistata da “Le Iene”, la madre, Catherine, si esprime in modo inequivocabile: «Le vibrazioni del mondo sono troppe alte, in natura sono molto più equilibrate. Le nostre regole? Condividere, aiutarsi a vicenda, dire la verità. Questa è la vita più bella, per noi».
Il padre, Nathan, si illudeva: «Abbiamo fiducia che il giudice farà la scelta giusta».
L’argomento resta spinoso, esposto a passioni contrastanti. Difficile però non comprendere le ragioni sentimentali di quei due genitori, specie in un momento come questo. Anche in Italia, diversi canali YouTube esplorano scelte personali analoghe: cresce il numero di giovani coppie che decidono di ritirarsi nei boschi, alla ricerca di un’esistenza semplice e frugale, lontano dalle volgarità rumorose del mainstream.
Se poi vogliamo parlare di scuola, basta tornare all’infame biennio del Covid: i banchi distanziati, l’obbligo delle inutili mascherine. Più tardi anche l’imposizione del Green Pass sui mezzi pubblici per raggiungere le sedi scolastiche.
La scuola di oggi, disastrata e drogata dal neoliberismo? Viene da piangere, se si pensa ai maestri (inascoltati) della pedagogia moderna: il francese Célestin Freynet e il brasiliano Paulo Freire, il pioniere sovietico Anton Makarenko, l’italiana Maria Montessori e il suo eroico “collega” don Lorenzo Milani. Dove sono finite, quelle voci che seppero battersi così fortemente per l’armonico sviluppo dei piccoli? Sognavano scuole senza classi, lezioni senza voti. Apprendimento libero e privo di paure: per far nascere cittadini, prima che lavoratori.
La fuga nei boschi? Alla portata di menti sensibili, deluse dalle false promesse del post-capitalismo finanziario, nonché dalle ciance della politica occidentale post-democratica, in cui le elezioni sono diventate una specie di amara barzelletta.
Dietro a certe scelte ci sono motivazioni radicate anche nelle preoccupazioni sanitarie: che tipo di benessere può mai esservi, oggi, in città incredibilmente inquinate dall’elettrosmog? Dopo iniziali resistenze, la rete wireless 5G è ormai onnipresente. Nessuno ne parla più. E tanto per cambiare, la cosa non turba né i campioni del centrodestra, né gli eroi dei centrosinistra: tutti insieme, appassionatamente, a supportare l’agenda unica dell’elettrico, non importa a quale prezzo per l’organismo umano.
E comunque, ripensando alla triste vicenda di Catherine e Nathan: è legittimo imporre ai figlioli di vivere isolati in un bosco? E viceversa: è lecito strapparli al loro habitat anche affettivo per costringerli a vivere in un luogo estraneo, che fatalmente percepiranno come freddo e ostile?
Il ritorno al bosco fu la strada maestra per il formidabile ribelle ottocentesco Thoreau, capace di andare in galera per sottrarsi al pagamento della tassa destinata a finanziare la guerra contro il Messico.
«Il fatto è che non volevo vivere quella che non era una vita, a meno che non fosse assolutamente necessario», scrisse nel suo capolavoro, “Walden”. «Volevo vivere profondamente, succhiare tutto il midollo di essa, volevo vivere da gagliardo spartano, per sbaragliare ciò che vita non era».
Di recente, un romanziere italiano – Paolo Malaguti – ha regalato ai lettori una storia meravigliosa, “Fumana”, in cui si celebra la nobiltà inarrivabile di un’umile ragazza del Polesine, vissuta tra le paludi a cavallo tra ‘800 e ‘900: mentre il “progresso” non sa che farsene, della sua ancestrale arte di guaritrice naturale, sotto i suoi occhi le bonifiche fanno sparire il paradiso naturale in cui, grazie al nonno, la bambina aveva imparato la grande magia delle “vibrazioni” con cui la natura selvaggia irrobustisce l’essere umano che sa entrare in comunione fisica e spirituale con l’ambiente. Non è forse un universo quantistico quello di cui oggi parlano gli scienziati, che citano le emissioni d’onda nelle quali siamo immersi?
Un’altra memorabile lezione, americana come quella dell’anarchico Thoreau, viene dal fiero comunista John Steinbeck, l’autore del romanzo-capolavoro “Furore”. In una indimenticabile raccolta di racconti, “I pascoli del cielo”, si staglia la struggente figura dell’orfanello chiamato Tularecito (“ranocchietto”) per via del suo aspetto: «Aveva le braccia corte e grosse in contrasto con le gambe lunghe e snodate. Aveva un’enorme testa piantata senza collo sulle spalle massicce».
A sbalordire era l’innata capacità di Tularecito nelle attività manuali. Perfettamente a suo agio nella natura selvatica, era imbattibile nel lavoro con gli animali. A undici anni fu costretto ad andare a scuola: così iniziò il suo dramma. Non c’era verso che il piccolo accettasse la minima costrizione: poteva diventare anche violento. Dopo varie disavventure finì, come da copione, in un manicomio criminale.
Tularecito amava i boschi e credeva davvero che, tra gli alberi, vivessero gli gnomi. Il che era francamente intollerabile, per il sistema: che purtroppo tende ancora oggi a isolare il difforme, finendo invariabilmente col restringere la sua libertà.